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Chi parla bene, scrive meglio

Parliamo di parole.
Se c’è una cosa che mal sopporto è l’uso banale e retorico di parole (e concetti). Lo trovo spiacevole da lettrice, da addetta ai lavori, ma anche da semplice “consumatrice” perché mi lascia la sensazione di aver perso tempo, impiegando anche solo pochi minuti nella lettura di un libro, nella visione o nell’ascolto di uno spot.
Provo a spiegarmi meglio: mi approccio alla letteratura, così come alla pubblicità, con grande curiosità, con la viva speranza di restare stupita dalla bellezza della scrittura, dall’originalità dei concetti espressi, dalla novità del messaggio. Fatta questa premessa, è facile capire come mai, che sia uno spot o un libro, se in un testo trovo parole come amore, coraggio o sogni, cambio canale, passo al prossimo video su YouTube o chiudo il libro.

Credo capiti a ciascuno di noi: a forza di sentir ripetere le stesse cose, finiamo per non ascoltarle più o, peggio, le troviamo odiose. Pensate alle pubblicità in questo momento particolare: non vi viene una sorta di orticaria appena sentite frasi come “Ci rialzeremo”, “Ce la faremo”, “Andrà tutto bene”? Non parliamo di tormentoni – quelli in pubblicità, lo sappiamo bene, sono un grande risultato a cui ambire. Piuttosto mi riferisco a quella fastidiosa sensazione di già sentito. Avete presente?
Credo sia la differenza che passa tra un buon libro e un cattivo libro, ma anche tra un buono spot e uno spot assolutamente dimenticabile.

Provando a metter insieme il mondo della pubblicità e quello della letteratura, mi è venuto naturale interrogarmi su quali libri potrebbero essere utili a chi vuole fare comunicazione pubblicitaria senza scadere nel banale. Mi è venuto in mente qualche titolo che più che insegnare a scrivere, credo possa essere di ispirazione sul modo in cui approcciarsi alle parole.

Lessico famigliare

Il primo testo che ha cambiato il mio modo di pensare alle parole è stato Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg. Premiato dallo Strega nel 1963, è un romanzo autobiografico che racconta in modo semplice, scorrevole, affettuoso e a tratti scherzoso, la vita quotidiana della famiglia Levi (Natalia Ginzburg nasce Natalia Levi, solo in seguito prende il cognome del marito Leone). Lungo un arco di tempo di più di vent’anni, abitudini, amici, parenti, gesti, discussioni, aneddoti si avvicendano con naturalezza nel racconto di Natalia. Lo straordinario di questo romanzo è racchiuso già nel titolo: lessico famigliare. Sì, perché a far da filo conduttore per tutte le pagine è proprio il lessico, le parole: i modi di dire, le espressioni gergali, le poesiole, i ritornelli compongono la memoria di questa famiglia ebraica e antifascista.

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido cloridrico”, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole».

Non è uno splendido modo di pensare alle parole? Il bello è che ognuno custodisce il proprio personalissimo lessico famigliare, diverso da quello di tutti gli altri, eppure ugualmente potente ed evocativo per ciascuno di noi.

Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg

Ginzburg Natalia, Lessico famigliare, Einaudi, 1963.

Parole tossiche

Parole tossiche di Graziella Priulla è uno stimolo interessante per chi lavora con la lingua: uno stimolo ad essere pienamente consapevoli nell’uso delle parole.

La cultura razzista, omofoba e sessista è al centro della discussione da qualche tempo. Non tutti si soffermano a riflettere su quanto questa pervada ogni aspetto della vita sociale di tutti noi. Della vita sociale, naturalmente fa parte anche la lingua: le parole che usiamo sono in grado di amplificare, perpetrare o provare a spegnere questa cultura. Graziella Priulla si interroga proprio su questo: è semplice volgarità comune o esiste una concatenazione tra parole, pensieri e azioni? Secondo la studiosa le parole arrivano proprio a definire il contesto in cui viviamo e hanno quindi un ruolo decisamente importante nella formazione dell’identità collettiva, oltre che individuale.

“Chi parla bene, pensa bene e scrive meglio” diceva il mio prof delle superiori. L’antidoto dunque a questi tempi bui, è il pieno recupero dell’uso conscio del linguaggio in un quotidiano resistente dissenso.

Parole Tossiche di Graziella Priulla

Priulla Graziella, Parole Tossiche. Storie di ordinario sessismo, Settenove, 2014.

Sillabari

“Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.”

Forse bastano queste poche righe a spingere chiunque ad aprire questo libro magico: sono le parole che l’autore stesso usa per introdurre il suo lavoro: Sillabari di Goffredo Parise. A fine anni ’60, Parise giunge a un’importante consapevolezza: «Gli uomini d’oggi secondo me hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie». Gli viene così in mente l’idea di mettere insieme racconti brevi, poesie in prosa o minuscoli romanzi (definirli non è semplice), in ordine alfabetico, a creare una sorta di “dizionario”. I primi appaiono sul Corriere della Sera e riscuotono un grande successo, soprattutto per la forma limpida e armoniosa.

Quando penso ai Sillabari, mi viene in mente proprio questo: una grande capacità di dipingere con le parole, con eleganza e brevità. Poche righe per portarti a pensare che qualsiasi cosa nel mondo possa essere oggetto di racconto.

Mi sembra l’aspirazione più grande per uno scrittore. A voi no?

Sillabari di Goffredo Parise

Parise Goffredo, Sillabari, Adelphi, 2004

Potere alle parole

Secondo Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale (ha gestito l’account Twitter dell’Accademia della Crusca) e traduttrice, la maggior parte di noi ha la possibilità di accedere a un incredibile patrimonio – quello della lingua italiana, ma che, per paura o pigrizia, utilizza solo in parte. A scuola ci insegnano a parlare e a scrivere in modo corretto, ma non a riflettere sulla lingua che usiamo, per questo Vera Gheno raccoglie situazioni quotidiane, espressioni comuni, stranezze linguistiche che generano delle riflessioni.

Gheno non fa parte del team “Salviamo l’italiano”, le norme non sono invariabili (a patto di conoscerle bene però: solo conoscere la norma, ci permette di trasgredirla. Al contrario chi scrive e parla “come viene” è solo ignorante). Secondo lei, la lingua non è in pericolo, ha solo bisogno di più cure e affetto. Come si dimostra l’affetto verso la lingua italiana? Semplicemente conoscendola meglio, frequentandola di più. Perché «ognuno di noi è le parole che sceglie: conoscerne il significato e saperle usare nel modo giusto e al momento giusto ci dà un potere enorme, forse il più grande di tutti».

Potere alle parole di Vera Gheno

Gheno Vera, Potere alle parole, Einaudi, 2019

Il professore e il pazzo

Questa è la storia di una vera e propria ossessione per le parole e della nascita e lo sviluppo dell’Oxford English Dictionary.

Il professore è James Murray, appassionato di linguaggio e della storia delle parole, direttore editoriale dell’OED. Il pazzo, William Chester Minor, è stato segnato a tal punto dalla sua esperienza nell’esercito, da esser diventato un omicida rinchiuso in un manicomio criminale.

Sull’Oxford English Dictionary si comincia a lavorare nel 1858 (e si finirà solo nel 1927: sì, un’opera titanica). Si capisce da subito quanto sarà complesso portare a termine la missione, tanto che viene fatta circolare una lettera-appello per reclutare volontari disposti a lavorare al progetto. Appello che giunge tra le mani di Minor, che vi aderisce immediatamente. Minor, nel tempo, diventa uno dei collaboratori più stimati e più assidui dell’OED, tanto da essere addirittura ricordato da Murray nella prefazione al primo volume. Murray e Minor collaborano per tutta la vita a distanza, senza mai conoscersi di persona (se non alla fine), legati per settant’anni, solo dalla passione per le parole.

Il professore e il pazzo di Simon Winchester

Winchester Simon, The Professor and the Madman: A Tale Of Murder, Insanity, and the Making of the Oxford English Dictionary (2005), trad. it.  Il professore e il pazzo, Adelphi, 2018

Bonus track: Le parole per farlo – Annamaria Anelli (podcast)

Annamaria Anelli è una business writer e formatrice sui temi della scrittura efficace. Il suo podcast Le parole per farlo mi ha incuriosito: Anelli parte dal presupposto che per raccontare sia importante allenarsi a raccontare di sé stessi. Soprattutto quando l’ambito è il lavoro. Che cerchiate lavoro o vogliate instaurare una nuova collaborazione professionale, è importante tirar fuori chi siete, raccontando anche ciò che sembra non-raccontabile. Ascoltatelo, ne trarrete spunti interessanti.

Le parole per farlo di Annamaria Anelli

Anelli Annamaria, Le Parole per farlo (Podcast), Storytel, 2019

 

Leggere, pensare, pesare le parole, per riprendere il desiderio di Rodari:

“…non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”.

Ilenia Caito

Ilenia Caito

Mi chiamo Ilenia Caito, ho 35 anni e sono di Bari. Ho vissuto a Roma, a Bologna e su una nave da crociera. Ora sono a Milano. Ho fatto molti lavori diversi: più spesso la digital specialisti, ma anche addetta stampa e organizzatrice eventi, speaker radiofonica, libraia ed Happiness Manager. Amo l’ironia e sono una tifosa dei rapporti umani. Per me i libri sono ponti più che rifugi e ho sempre voglia di raccontarli: lo faccio anche su IG con @lalibraiamisteriosa.
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