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Coltivare l’ozio è il segreto della produttività

“L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.” In altri termini, il concetto di dovere, secondo Russell, è uno strumento escogitato dagli uomini che stanno al potere per indurre i lavoratori a fare gli interessi dei loro padroni piuttosto che i propri.

La fatica di essere pigri

La produttività è la vera chimera del nostro tempo. Il mantra di ogni lavoratore, soprattutto se freelance e intellettuale, è: essere più produttivi. I metodi si sprecano (e non tutti sono da buttare, anzi), gli strumenti a supprto crescono e nascono ogni giorno, gli articoli online si moltiplicano di fronte a una domanda in continua crescita. Per scherzare, potrei dire che molti passano più tempo a inseguire la produttività di quanto tempo riescano a recuperare e ottimizzare con i metodi, gli strumenti e le informazioni raccolte.

Eppure bisognerebbe semplicemente andare indietro nel tempo, imparare dal passato, tornando all’Impero romano, per cogliere un segreto dell’essere produttivi, valido ieri e ancor di più oggi: coltivare l’ozio.

Il lavoro è la negazione dell’ozio e non il contrario

La saggezza si ritrova spesso nell’etimologia delle parole. Quello che oggi definiamo affari, business, lavoro in senso ampio, i latini lo definivano negotium, ovvero la negazione dell’ozio. Si comprende subito quindi che ciò che conta, ciò che ha più importanza è l’ozio, che viene prima della sua negazione. Se i Romani avevano dalla loro il supporto degli schiavi, per adempiere alle incombenze della quotidianità, e dedicarsi quindi all’ozio, l’uomo moderno oggi gode di tanti diversi supporti e facilitazioni per ottimizzare il proprio tempo, ma finisce per diventare schiavo di se stesso.

Le forme di schiavitù moderna sono varie: lavori sottopagati e stressanti – il corriere del commercio elettronico è l’esempio più lampante – corrispondono a una fetta importante della società, per tenere basso il costo di servizi a cui ci siamo abituati, per comodità e convenienza. In questo scenario però una schiavitù strisciante e subdola è quella di chi pensa che essere un bravo cittadino, fare carriera e avere un futuro migliore, per se e per la nostra famiglia, sia passare più tempo possibile a lavorare. In ufficio, in riunione, al telefono, a rispondere alla posta elettronica, fino alle ore più tarde della notte. Lo smart working, contraddizione in termini che meriterebbe una riflessione a parte, a cui sono stati costretti milioni di lavoratori durante e dopo il lockdown, ne è la dimostrazione lampante.

Le responsabilità sono diverse e non tutte sulla testa del povero lavoratore. Detto questo, il lavoratore ci mette del suo, incapace spesso di alzare la testa, fermarsi e chiedersi perché gira sulla ruota del criceto. Perché da quando è entrato nel mondo del lavoro questo è l’esempio che gli è stato dato? Perché tutti i colleghi corrono, sette giorni su sette, anche di sera e nel weekend? Perché il capo glielo ha chiesto? Perché è meglio girare fino allo sfinimento, non pensare ai veri problemi da affrontare, e terminare la giornata il più tardi possibile, per crollare a letto esausti e attendere che la sveglia suoni per un altro giro di corsa?

Energia e attenzione sono limitate

A prescindere dalla risposta che ognuno deve alla propria coscienza, il paradosso di questo fenomeno è che la produttività, quella che si misura in maggiore reddito e maggiore soddisfazione, diminuisce con l’aumentare dell’energia spesa a cercare di lavorare oltre il limite delle proprie capacità. A questo punto dovremmo semplicemente farci guidare dal buon senso e provare a rallentare e provare a navigare nella direzione opposta, se non altro per sperimentare altre vie.

La scienza, insieme all’esperienza di chi ci ha provato, ci dice che l’energia mentale e l’attenzione che possiamo spendere in un dato giorno sono limitate. Possiamo ricorrere alla spinta di sostanze lecite e meno lecite e il risultato non cambia, anzi. cercare di concentrarci quando l’energia è al minimo è controproducente, perché riduciamo il livello di produttività medio e ci mettiamo più tempo a ricaricare il serbatoio. Oltre al fatto che con l’energia diminuiscono anche creatività, brillantezza, capacità di risolvere problemi in modo alternativo. Che fare quindi? Adottare tecniche per staccare, ricaricarci, prenderci una pausa e, fondamentalmente, lavorare meno. Qui a seguire qualche idea concreta per invertire la rotta, lavorare meno e, finalmente, essere più produttivi.

Hai 10 secondi?

Per cominciare bastano 10 secondi, da ritagliare durante la giornata, ogni volta che ti trovi ad aprire una porta o, in alternativa, a metterti alla scrivania, telefonare a qualcuno, uscire di casa, cambiare stanza, chiudere il browser. Ci vogliono 10 secondi per porti alcune domande e fare un controllo del tuo stato psicofisico. Come ti senti? Hai le spalle contratte? Cosa stai per fare? Hai qualche parte del corpo dolorante? Un rapido controllo per portare la mente su di te e sul tuo benessere. Lavorare (e vivere) col pilota automatico è deleterio, perché si finisce per agire senza pensare, trascurando il fine ultimo delle nostre azioni: il benessere nostro e di chi ci sta intorno.

Cosa succede fuori dalla finestra?

Come per l’esercizio precedente, fare caso a cosa succede fuori dalla finestra, almeno una volta al giorno, guardare il cielo e, perché no, scattare una immagine, ci fa tornare all’attimo presente e ci aiuta a staccare mentalmente quando ne abbiamo bisogno.

Alison Harris, l’autore delle foto scattate giorno dopo giorno, in questa galleria, consiglia questo esercizio per renderci conto dell’ordinario/straordinario che succede intorno a noi e di cui neanche ci rendiamo conto, presi dalla quotidianità. Guardare gli scatti raccolti, dopo un mese, o dopo una stagione, ci aiuta a comprendere che ogni giorno è speciale e diverso dagli altri. Forse non nel mezzo d’agosto con l’anticiclone africano o forse no.

Come sta il tuo cuore?

Prima di un pranzo di lavoro, di un colloquio telefonico, di una riunione con qualcuno, invece di chiedere all’altro come sta, chiedigli: “come sta il tuo cuore?“. Non è forse una domanda da porre a qualcuno con cui hai zero confidenza, ma probabilmente è un segno di attenzione importante verso le persone con cui collabori tutti i giorni e con cui passi più tempo, forse, di quanto puoi dedicare al tuo partner o ai tuoi figli. Chiedere come sta il cuore è un modo per facilitare conversazioni e connessioni più profonde. Qualcuno lo definirebbe andare al lavoro con il cuore.

Riscoprire la lentezza

Per ottenere la qualità, in molti ambiti non si può andare di fretta. La lievitazione dell’impasto di una buona pizza richiede tempo che non si può accelerare, a meno che non vuoi provare l’ebbrezza della pizza che lievita in pancia. Un formaggio stagionato o un vino invecchiato devono il proprio gusto grazie al tempo che abbiamo atteso prima di consumarli. Alcuni tempi possono essere ridotti, altri no. Dovremmo essere capaci di applicare questa regola anche a parte del nostro lavoro. Cercare di ottimizzare i tempi oltre un certo limite significa perdere tempo complessivamente e avere un risultato mediocre.

Ciò è ancor più vero se, per lavorare, abbiamo cercato di contrarre altri tempi: correre al lavoro, non avere un minuto di silenzio soli con noi stessi, ma sempre distratti da radio, televisione e podcast. Il tempo dedicato all’ozio non va azzerato o contratto, ma va espanso. Più ozio significa più tempo per far lavorare il cervello a risolvere problemi a cui non abbiamo trovato una soluzione immediata, più tempo per permetterci, anche nel sonno, di memorizzare quanto di importante successo durante la giornata.

Il vero mantra del presente e del futuro non è essere più produttivi, ma rallentare. Ne parlerò nella newsletter della prossima settimana. Se non sei già iscritto, questo è il momento per farlo. È gratis.

Luca Conti

Luca Conti

Dal 2002 ho aperto il mio primo blog, Pandemia.info, che nel tempo mi ha reso noto, nella blogosfera italiana e anche fuori. Dal 2006 ho avviato una attività giornalistica da freelance, prima con Il Sole 24 Ore, poi con altre testate, tra cui Class, Il Secolo XIX, Starbene, Rainews 24. La mia attività principale è stata di consulenza e formazione, dal 2007 al 2019, come libero professionista nella consulenza sul marketing digitale e più precisamente in quello che si definisce social media marketing (usare i social network per marketing e comunicazione). Oggi, Febbraio 2019, non più. Ho deciso di allontanarmi dal mondo dei social media perché esprimono valori in cui non mi riconosco più.
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