Esempi di storytelling: 30 casi di successo

Home Blog Esempi di storytelling: 30 casi di successo
Esempi di storytelling: 30 casi di successo

Table of Contents

Storytelling: esempi ed idee di narrazioni brillanti che hanno dato vita alle aziende

Lo storytelling nel marketing è diventato un’arma segreta per i brand: una storia ben raccontata può incantare il pubblico, distinguere un marchio dalla massa e creare un legame emotivo duraturo con i clienti. Le persone non ricordano liste di caratteristiche o numeri, ma ricordano le storie – quelle che le fanno emozionare, sorridere, riflettere. In questo articolo esploreremo insieme diversi esempi di storytelling di successo, organizzati per tipologia di contenuto e settore, per scoprire come diverse realtà hanno usato la narrazione in modo brillante e coinvolgente. Dalle pagine scritte ai video virali, dai dati trasformati in racconto alle fiabe per bambini, preparati a una carrellata di storie che dimostrano la potenza del “c’era una volta” nel mondo del marketing.

Esempi di storytelling: le storie che fanno la differenza

Ogni storia ha potere.

La vita stessa ruota intorno a esperienze narrative capaci di sorprendere, trasformare, accompagnare in fasi di passaggio. Le storie sostengono il tempo, testimoniano l’evoluzione. E questo non vale solo per le persone, ma anche per i brand, che possono utilizzare lo storytelling per esprimere la propria identità, amplificando valori, rendendosi intellegibili.

Ogni brand ha bisogno di raccontarsi, di usare un proprio linguaggio, di esprimersi come parte integrante di un ecosistema dinamico. Per questo i social media rappresentano lo spazio ideale dove poter costruire una narrazione parallela a quella reale, ma con tutti gli strumenti digitali adatti a supportare la strategia comunicativa.

Per un marchio l’obiettivo è quello di entrare nella vita dei propri consumatori immergendoli in esperienze memorabili, incentivandoli a divenire parte di una storia più grande. Una reale connessione nel virtuale, lo storytelling marketing, che può portare a raggiungere obiettivi come:

  • Aumentare le visite del proprio sito.
  • Esprimere e condividere all’esterno il proprio sistema valoriale, la propria filosofia e identità.
  • Rafforzare la percezione positiva del brand/prodotto/servizio/progetto/professionista.
  • Incrementare le vendite.

Ma solo attraverso uno storytelling efficace, concreto, autentico, capace di supportare l’impianto strategico del brand. Narrazioni uniche per scopi molteplici, come molteplici sono gli elementi narranti e le realtà che usano lo storytelling: un’azienda, un brand, un universo corporate, un singolo professionista.

Esistono molti modi di raccontare una storia. Può avvenire tramite testi avvincenti, immagini evocative, video emozionanti o perfino attraverso i numeri. Ogni formato narrativo ha le sue peculiarità e punti di forza, ogni ambito ha il suo pubblico e i suoi obiettivi, perciò le strategie narrative cambiano tono e contenuti a seconda che si parli di un’azienda B2B, di turismo o di educazione.

Dopo aver visto i maggiori esempi di content marketing di successo, scopriamo quindi alcuni virtuosi esempi di storytelling capaci di ispirare e guidare alla costruzione delle proprie narrazioni, modelli memorabili di brand storytelling scritto, video storytelling, visual storytelling, oltre che digital storytelling e storytelling aziendale.

Esempi di storytelling scritto: da John Deere a Sky News

La parola scritta è lo strumento di narrazione più classico, ma anche oggi può essere straordinariamente efficace nello storytelling di brand. Un esempio di storytelling scritto di successo viene dal lontano 1895, quando l’azienda agricola John Deere lanciò una rivista chiamata The Furrow.

Invece di limitarsi a promuovere trattori, The Furrow raccontava storie di vita nelle fattorie, consigli pratici e innovazioni nel mondo agricolo. Questo magazine aziendale – distribuito ancora oggi in formato cartaceo e digitale – ha trasformato informazioni tecniche in racconti ispiratori, costruendo nel tempo una relazione di fiducia con milioni di lettori. John Deere, tramite la narrazione scritta, è andata oltre il prodotto, posizionandosi come un esperto alleato degli agricoltori. L’elemento chiave? Contenuti editoriali di qualità, coinvolgenti come un buon racconto, che trasmettono i valori del brand senza sembrare pubblicità.

Un caso più recente è quello di Sky News con “Brexit by Numbers”, una storia digitale in forma di articolo interattivo che ha spiegato gli effetti della Brexit attraverso testi chiari arricchiti da elementi narrativi. Questo esempio di narrazione giornalistica dimostra come anche temi complessi possono essere raccontati in modo avvincente tramite la parola scritta, tenendo il pubblico con il fiato sospeso riga dopo riga.

Esempi di visual storytelling: Benetton e la forza delle immagini di Oliviero Toscani

Come si suol dire, un’immagine vale più di mille parole. Il visual storytelling sfrutta immagini, illustrazioni o grafica per narrare una storia in maniera immediata. Un esempio emblematico viene dalle campagne di Benetton negli anni ‘90 firmate dal fotografo Oliviero Toscani. Invece di mostrare i prodotti, Benetton colpì l’immaginario collettivo con immagini potentissime: un neonato appena venuto al mondo, una suora che bacia un prete, la maglietta insanguinata di un soldato. Queste figure raccontavano, da sole, storie intere su temi di vita, di morte, di unità e diversità.

Senza una singola parola, quelle fotografie provocatorie trasmettevano i valori del brand (uguaglianza, pace, tolleranza) molto più di qualunque slogan. È un visual storytelling audace, che mostrava come un brand può raccontare la realtà e prendere posizione sociale attraverso immagini simboliche.

Oggi molte aziende utilizzano il visual storytelling in modi più leggeri ma efficaci: ad esempio, c’è chi crea fumetti o vignette sui social media per mettere in scena scenette di vita quotidiana legate al prodotto, strappando un sorriso agli utenti mentre veicola il messaggio di brand. In tutti i casi, la forza del visual storytelling sta nel colpire l’occhio e l’immaginazione in un istante, usando colori, forme e soggetti per costruire un racconto visivo che resta impresso.

Esempi di storytelling video: la potenza di Nike “Dream Crazy” e Dove “Real Beauty Sketches”

I video sono forse il formato di storytelling più popolare nell’era digitale: combinano immagini, dialoghi, musica e montaggio per creare emozioni intense in pochi minuti (o secondi). Molte campagne video di brand sono diventate veri e propri cortometraggi narrativi.

Un esempio celebre è lo spot “Dream Crazy” di Nike (2018), narrato dall’attivista e atleta Colin Kaepernick. Questo video racconta una serie di storie di persone che hanno osato sognare in grande – dal giocatore di football rifiutato che arriva al successo, alla ragazza musulmana che diventa campionessa di scherma – il tutto cucito insieme dal messaggio “Believe in something. Even if it means sacrificing everything.” In pochi minuti Nike non sta vendendo scarpe, ma una visione: la storia di chi persevera nonostante le avversità. Il pubblico viene trasportato in un viaggio emotivo, dal dubbio alla speranza, e il brand si associa ai valori di coraggio e inclusione.

Un altro esempio di storytelling video molto amato è la campagna “Real Beauty Sketches” di Dove: in questo breve documentario/pubblicità, un ritrattista forense disegna alcune donne basandosi prima sulla descrizione che esse fanno di sé stesse, e poi sulla descrizione fornita da altre persone. Alla fine, i due ritratti vengono messi a confronto: il disegno basato sull’autodescrizione risulta più duro e meno attraente di quello basato sulle parole altrui. Questa “rivelazione” commuove le partecipanti (e gli spettatori) e trasmette una potente storia sul modo in cui le donne spesso non si vedono belle quanto le vedono gli altri. Il video ha fatto il giro del mondo perché in pochi minuti racconta una verità emozionante, incarnando la mission del brand Dove di accrescere la sicurezza nelle donne. Questi esempi dimostrano come un video, se ben narrato, può far piangere, ridere o tifare il pubblico, legando emotivamente le persone al marchio.

Esempio di storytelling fotografico: Humans of New York

La fotografia è un linguaggio narrativo potentissimo: una singola foto può suggerire un intero romanzo di avventure o un’esperienza di vita. Nel storytelling fotografico, spesso è la combinazione di immagine e testo breve a creare il racconto. Un caso emblematico è Humans of New York, il progetto fotografico diventato virale sui social: il fotografo Brandon Stanton scatta ritratti di persone comuni per le strade di New York, accompagnandoli con brevi aneddoti o confessioni raccontate direttamente dai soggetti. In apparenza è “solo” una galleria di foto, ma scorrendola ci si ritrova immersi in centinaia di micro-storie: dal veterano di guerra che lotta contro i ricordi, alla bambina che racconta il suo sogno per il futuro. Ogni fotografia è il frammento di una vita e, messe insieme, queste immagini creano un affresco umano che ha commosso milioni di persone nel mondo.

Questo format è stato d’ispirazione per molte campagne di storytelling fotografico aziendale. Ad esempio, alcuni brand hanno avviato progetti simili per raccontare le storie dei propri clienti o dipendenti: pensiamo a un marchio di abbigliamento outdoor che pubblica le foto dei propri clienti durante spedizioni avventurose, con piccole interviste sul rapporto personale con la montagna. La foto di un alpinista infangato e sorridente in cima a una vetta, accompagnata dal suo racconto di come ha superato la paura durante la scalata, diventa una storia che ispira altri e al tempo stesso valorizza il prodotto (l’abbigliamento tecnico) in modo implicito e autentico.

Esempio di storytelling digitale e interattivo: “Snow Fall” del New York Times

Con l’avvento del web, lo storytelling digitale ha aperto nuovi orizzonti: oggi le storie possono essere interattive, multimediali e personalizzate. Un esempio pionieristico e magistrale è “Snow Fall: The Avalanche at Tunnel Creek” pubblicato dal New York Times nel 2012. Questo lungo articolo online raccontava la vicenda di una valanga sulle montagne americane, ma in un modo mai visto prima: mentre il lettore scorreva il testo, la pagina prendeva vita con video delle testimonianze dei sopravvissuti, animazioni che mostravano la montagna e grafiche che illustravano la dinamica della valanga. Il risultato? Più che leggere, sembrava di vivere quella storia in prima persona, come sfogliando un documentario interattivo.

Snow Fall è considerato il primo grande esempio di “scrollytelling”, ovvero narrazione che si sviluppa con effetti visivi man mano che scorri la pagina. Da allora, questo formato è stato adottato anche in ambito marketing: ad esempio, alcuni brand creano micrositi interattivi dove l’utente compie un viaggio digitale – pensiamo a un’azienda automobilistica che realizza un sito immersivo in cui puoi “guidare” virtualmente una macchina attraverso diverse ambientazioni, accompagnato dalla storia di un personaggio. Allo stesso modo, lo storytelling digitale si esprime anche attraverso esperienze in realtà virtuale o realtà aumentata: un turista con il visore VR può farsi raccontare la storia di un antico castello direttamente dalla voce di un re medievale ricostruito digitalmente, coinvolgendo tutti i sensi. Insomma, il digitale consente di rompere i confini del racconto lineare: l’utente diventa parte attiva della storia, cliccando, esplorando, scegliendo percorsi. Ciò rende l’esperienza memorabile e personale, due ingredienti d’oro per chi fa marketing.

Esempio di storytelling sui social media: Wendy’s e il virale #NuggsForCarter

I social media sono terreno fertile per lo storytelling, perché permettono di raccontare storie in modo rapido e virale, coinvolgendo direttamente la community. Un esempio divertente di storytelling nato su Twitter è la vicenda di #NuggsForCarter. Tutto è iniziato quando un ragazzo americano, Carter Wilkerson, ha chiesto su Twitter alla catena di fast food Wendy’s: “Quanti retweet mi servono per avere nugget di pollo gratis per un anno?”.

L’azienda, con tono scherzoso, ha risposto: “18 milioni”. Carter ha accettato la sfida e la sua richiesta è diventata una campagna spontanea: milioni di persone hanno iniziato a condividere il suo tweet per aiutarlo a raggiungere l’obiettivo. Nel giro di poche settimane, #NuggsForCarter è diventata una storia virale seguita da utenti di tutto il mondo: la community di internet tifava per questo ragazzo comune lanciato in un’impresa quasi impossibile.

Alla fine Carter non ha raggiunto quota 18 milioni, ma ha battuto il record di retweet di tutti i tempi e Wendy’s, colpita dal suo entusiasmo (e dalla risonanza mediatica), gli ha comunque donato un anno di nugget gratis e fatto una donazione benefica in suo nome. Questa storia – nata da un semplice scambio social – ha tutti gli elementi del grande storytelling: un protagonista simpatico, una missione epica, dei sostenitori attivi e un finale positivo. Per Wendy’s è stato un enorme successo di branding ottenuto in modo genuino e partecipativo.

Al di là dei casi virali, ogni giorno i brand usano i social per narrare micro-storie: su Twitter alcune aziende creano thread (sequenze di tweet) per raccontare aneddoti o la genesi di un prodotto; su Facebook e LinkedIn si condividono le storie dei clienti soddisfatti o del “dietro le quinte” aziendale, stimolando conversazioni autentiche. La chiave dello storytelling sui social è l’interazione: il pubblico non è solo spettatore ma commenta, condivide, aggiunge pezzi della propria esperienza. In questo modo la storia diventa collettiva e il messaggio del brand si diffonde in modo organico, amplificato dalle voci delle persone.

Esempio di storytelling su Instagram: National Geographic e il viaggio visivo

Instagram merita una menzione a parte, essendo il social della narrazione per immagini per eccellenza. Storytelling su Instagram significa sfruttare foto, video brevi e stories per creare un racconto coerente nel feed o nei contenuti effimeri quotidiani.

Un esempio straordinario è il profilo Instagram di National Geographic (@natgeo). Ogni post di NatGeo non è solo una foto bellissima di un paesaggio remoto o di un animale selvaggio: nella didascalia si trova sempre una storia avvincente. I fotografi di NatGeo scrivono piccoli racconti sotto le loro immagini, spiegando magari che quel leopardo delle nevi è stato seguito per mesi sulle montagne dell’Himalaya, o che quella tribù amazzonica nella foto sta vivendo una tradizione millenaria minacciata dal mondo moderno. Scorrendo il feed, gli oltre 250 milioni di follower di NatGeo fanno un viaggio virtuale ricco di narrazioni visive ed emotive. Questo è visual storytelling applicato magistralmente a Instagram: foto potenti + storytelling testuale = altissimo coinvolgimento.

Ma anche i brand commerciali utilizzano Instagram per raccontarsi: molti curano il proprio profilo come fosse un diario visivo, con una sequenza di post pianificati che formano un racconto a puntate. Alcuni marchi di moda, ad esempio, strutturano il feed in modo che ogni riga di tre immagini formi un’unica scena quando vista nel profilo, così chi visita la pagina vede non singoli post slegati, ma capitoli di una storia per immagini. E poi ci sono le Instagram Stories (ora anche i Reels): qui lo storytelling diventa in tempo reale. Pensiamo a un account turistico che attraverso le Stories “porta” gli spettatori in un tour giornaliero di una città d’arte, con brevi clip dalla colazione al mercato fino al tramonto panoramico dal belvedere: l’utente vive la giornata come se fosse lì, seguendo la narrazione frammento dopo frammento. Su Instagram la componente visiva domina, ma il filo conduttore è sempre la storia che il brand o il creatore vuole condividere, spezzettata in contenuti digeribili. Il successo di questo formato sta nel far sentire il pubblico parte della storia, come se sbirciasse dal buco della serratura qualcosa di autentico e personale.

Scopri come creare un efficace piano editoriale per Instagram con la nostra guida approfondita.

Esempio di data storytelling: Spotify Wrapped, quando i dati raccontano emozioni

Chi l’avrebbe mai detto che anche i dati potessero raccontare storie emozionanti? Eppure è proprio così: il data storytelling è l’arte di trasformare numeri, statistiche e informazioni in un racconto comprensibile e coinvolgente. Un caso spettacolare è la campagna Spotify Wrapped. Ogni fine anno la piattaforma di streaming musicale Spotify fornisce a ciascun utente un “riassunto” personalizzato del suo anno in musica: quante ore ha ascoltato, quali sono stati i brani e gli artisti più riprodotti, qual è il genere che ha scoperto di più, e così via.

Potrebbero sembrare semplici statistiche, e invece Spotify le confeziona come una storia personale: tramite una grafica colorata e accattivante, l’app ti dice ad esempio “Questo anno hai esplorato il lato rock: le tue playlist hanno viaggiato dagli anni ‘80 ai successi indie contemporanei”. Oppure “Il tuo artista preferito è stato Dua Lipa: hai ascoltato le sue canzoni per 48 ore in totale, praticamente due giorni interi di puro pop!”. Il tutto viene presentato in formato slideshow interattivo, come fossero le slide di una storia su Instagram, che gli utenti possono guardare e condividere con orgoglio sui propri social (invitando altri a fare lo stesso). In breve tempo, Spotify Wrapped è diventato un fenomeno virale attesissimo: a dicembre tutti pubblicano sui propri profili i “poster” delle proprie statistiche annuali, raccontando qualcosa di sé attraverso la musica che hanno amato.

Spotify, dal canto suo, ottiene pubblicità organica e rafforza il legame emotivo con gli utenti, perché li fa protagonisti di una storia (la loro storia musicale) costruita a partire dai dati grezzi. Questo è data storytelling applicato al marketing: prendere numeri che da soli sarebbero freddi, dar loro un senso narrativo e trasformarli in contenuti che ispirano, divertono e generano conversazione.

Altri esempi di data storytelling si trovano nel giornalismo multimediale (grafici animati che mostrano l’evoluzione di un fenomeno come fosse una cronaca) o in infografiche interattive dove l’utente può esplorare la “storia” nascosta dietro statistiche complesse. La lezione è che anche i numeri hanno un’anima, basta presentarli attraverso una struttura narrativa – con un inizio, uno svolgimento e magari una sorpresa finale – per catturare l’attenzione del pubblico.

Esempio di transmedia storytelling: l’universo narrativo di LEGO

Nel transmedia storytelling una storia si dipana attraverso più piattaforme e formati, creando un’esperienza integrata e approfondita su diversi canali. In pratica, è come se un unico racconto venisse narrato a pezzi: un po’ in un film, un po’ in un videogioco, un po’ sui social media, e così via – e solo mettendo insieme tutti i pezzi si ha il quadro completo.

Un esempio da manuale è quello di LEGO. Il celebre marchio di mattoncini è passato dall’essere un semplice giocattolo a diventare un universo narrativo che vive su tanti media diversi: ci sono i film di animazione (The LEGO Movie e seguiti), che di fatto raccontano una storia avvincente piena di personaggi – e allo stesso tempo pubblicizzano il giocattolo in maniera non convenzionale. C’è una quantità infinita di videogiochi LEGO ispirati a film famosi (da Star Wars a Harry Potter), dove i bambini e i fan possono “giocare” quelle storie in prima persona usando i personaggi LEGO. Ci sono serie TV e speciali, fumetti, libri, perfino parchi a tema. Ognuno di questi media aggiunge un tassello alla grande storia del mondo LEGO, popolato da eroi come Emmet o Batman in versione mattoncino. Il risultato? LEGO non vende più solo scatole di plastica: vende un immaginario, un’esperienza narrativa espansa con cui il pubblico può interagire su più fronti.

The LEGO Movie, ad esempio, non era una pubblicità, ma alla fine di quella proiezione milioni di spettatori – bambini e adulti – sono usciti dal cinema ispirati a creare le proprie avventure con i mattoncini a casa. Questo è transmedia storytelling: la storia del brand viene raccontata su più canali, ciascuno con linguaggio adatto (cinema, gioco, social, ecc.), coinvolgendo il pubblico in maniera attiva.

Non è un caso unico: altri brand hanno sperimentato narrazioni transmediali, come ad esempio Red Bull, che ha costruito il suo mito di marca attraverso eventi sportivi estremi (il famoso salto nel vuoto dalla stratosfera di Felix Baumgartner), documentari e video sugli atleti, riviste e un canale web sempre attivo su sport e musica. Ogni piattaforma racconta un capitolo dell’universo Red Bull (fatto di adrenalina, sfide e gioventù ribelle), così l’audience può “vivere” la storia del brand in tanti modi diversi. In un buon transmedia storytelling, lo spettatore diventa un vero fan: segue la trama da un medium all’altro, scopre nuove sfaccettature e a volte contribuisce lui stesso all’espansione dell’universo narrativo (pensiamo al fan che costruisce e condivide online le proprie creazioni LEGO ispirate al film). È una strategia potente ma impegnativa, perché richiede coerenza narrativa su tutti i canali e capacità di adattare la storia a linguaggi differenti. Quando riesce, però, trasforma il marketing in cultura pop.

Esempi di storytelling emozionale: John Lewis e Guinness

Uno degli obiettivi principali dello storytelling nel marketing è creare un legame emotivo. Parliamo dunque di storytelling emozionale quando le storie puntano dritte al cuore del pubblico, suscitando sentimenti intensi – che sia commozione, gioia, nostalgia o orgoglio – associati poi al brand.

Un esempio ormai classico sono i film pubblicitari di Natale di John Lewis, una catena di grandi magazzini britannica. Ogni anno, nel periodo natalizio, John Lewis lancia un mini-film di 2-3 minuti che non mostra cataloghi o prezzi, ma racconta una storia toccante dal significato universale: l’amicizia, la generosità, la famiglia. In uno dei più amati, intitolato “Monty the Penguin”, vediamo la dolce amicizia tra un bambino e il suo pinguino (che agli occhi dello spettatore sembra vero). Il bambino nota che il suo amico pennuto appare triste perché vorrebbe una compagna; così a Natale gli regala una pinguina… e si scopre che in realtà Monty era un pupazzo immaginario, portato in vita dalla fantasia del bimbo, e la nuova pinguina è un altro peluche.

Questo finale sorprendente fa scendere una lacrimuccia mentre i genitori osservano il figlio giocare felice: il pubblico viene travolto dalla tenerezza e dal calore dell’amore natalizio. Il negozio appare solo alla fine con un semplice logo, quasi a dire: John Lewis è quel luogo magico dove le emozioni dei tuoi sogni natalizi possono diventare realtà. Questa formula, ripetuta ogni anno con storie sempre diverse (un anziano signore solo sulla Luna che riceve in dono un telescopio per Natale, un drago pasticcione che vuole festeggiare con gli umani, ecc.), ha reso i video di John Lewis un appuntamento atteso e discusso in tutto il mondo, un po’ come un moderno “Carosello” natalizio. Anche se non vendono nulla di concreto, quelle pubblicità emozionali hanno un impatto enorme sulla brand love e sulle vendite di fine anno, perché tutti associamo John Lewis a sentimenti positivi e autentici.

Un altro esempio di storytelling emozionale arriva da Guinness con lo spot “Wheelchair Basketball”: un gruppo di amici gioca a basket su sedie a rotelle, mostrando impegno e sudore; alla fine della partita, tutti i giocatori si alzano in piedi tranne uno – rivelando che solo uno di loro è realmente disabile, gli altri hanno giocato seduti per permettere all’amico di divertirsi. Il gruppo esce dal campo ridendo e va a bersi una birra assieme. In pochi secondi, ci commuoviamo per l’amicizia sincera e la lealtà, e vediamo Guinness non come una birra qualsiasi ma come “la birra dell’amicizia vera”.

Lo storytelling emozionale funziona perché fa leva sui valori e sulle esperienze umane universali: quando una storia ci fa provare qualcosa di forte, tende a restare nei nostri cuori (e memorie). I brand che sanno raccontare storie del genere – che fanno venire la pelle d’oca o scaldano l’animo – riescono a creare con il pubblico un legame molto più profondo di quello che potrebbe nascere da un semplice messaggio promozionale razionale. L’importante è che l’emozione sia autentica e coerente con i valori dell’azienda, altrimenti il pubblico la percepisce come manipolazione. Ma quando c’è sincerità, un racconto emozionale può fare miracoli: trasformare clienti occasionali in fan appassionati e avvocati del marchio.

Esempio di storytelling personale: Chiara Ferragni e Steve Jobs

Non sono solo le aziende a fare storytelling: anche le persone, nel proprio piccolo, utilizzano le tecniche narrative per comunicare meglio e lasciare il segno. Lo storytelling personale consiste nel raccontare la propria storia – che sia la storia di vita, di carriera o di un progetto – in modo avvincente e umano, così da ispirare e connettersi con gli altri, creando una forte brand personality di sé.

Un esempio lampante, seppur controverso è la costruzione del personal brand di Chiara Ferragni, imprenditrice e influencer italiana di fama mondiale. Ferragni non si è limitata a mostrare outfit o prodotti: fin dagli albori del suo blog e poi su Instagram, ha portato i follower dentro la sua vita, narrando giorno dopo giorno la sua crescita da studentessa a regina della moda, condividendo momenti intimi (la proposta di matrimonio, la nascita dei figli) accanto ai successi professionali (le sfilate, le copertine, le sfide imprenditoriali). Questo racconto continuo e spontaneo della sua storia – con alti, bassi, emozioni autentiche – ha fatto sì che milioni di persone si affezionassero a lei come persona, oltre che al suo brand. Il risultato è una comunità di fan che non seguono Chiara Ferragni solo per i prodotti che consiglia, ma perché si sentono parte della sua vita e trovano ispirazione nel suo percorso.

E lo stesso principio vale su scala più piccola per professionisti e leader: pensa a un imprenditore che, anziché presentarsi con un freddo curriculum, racconta in pubblico la vicenda di come ha fondato la sua startup magari partendo dal garage di casa, con mille errori iniziali e una grande lezione appresa che vuole condividere. In pochi minuti avrà catturato l’attenzione molto più di dati e qualifiche, perché ha usato lo storytelling per evidenziare le sfide e i valori che lo definiscono. Anche in ambito recruiting o networking vediamo l’importanza dello storytelling personale: candidati che trasformano il proprio CV in un racconto (magari sotto forma di timeline visuale o video di presentazione) risultano più memorabili, perché dietro le esperienze lavorative fanno emergere una narrazione coerente su chi sono e cosa li motiva.

Lo storytelling personale infine è fondamentale per i leader: basti ricordare Steve Jobs e i suoi celebri discorsi – come quello di Stanford in cui narrò tre storie della sua vita (il corso di calligrafia che portò ai font del Mac, il licenziamento da Apple e la resilienza, la malattia) per trasmettere insegnamenti ai giovani. Quel discorso è divenuto iconico perché Jobs non diede consigli dall’alto, ma aprì il suo cuore con una narrazione in cui tutti potevano trovare un pezzo di sé. In sintesi, saper raccontare la propria storia è uno strumento potente: ci rende più autentici, più vicini al nostro pubblico (che siano clienti, colleghi o follower) e dà un significato più profondo alle nostre azioni e ai nostri progetti.

Esempi di storytelling aziendale: la fiaba moderna di LEGO e Ferrero

Per storytelling aziendale (o corporate storytelling) si intende la capacità di un’azienda di raccontare la propria storia e i propri valori, in modo da costruire un’identità forte e distintiva. È un modo per andare oltre la semplice presentazione di prodotti o servizi e comunicare invece l’anima dell’organizzazione: la sua missione, la sua cultura, le persone che ne fanno parte.

Un esempio illuminante viene da LEGO non tanto per i suoi film o giochi (di cui abbiamo parlato come transmedia storytelling), ma per come ha saputo narrare la propria storia aziendale. In occasione dell’80º anniversario, LEGO ha realizzato un cortometraggio animato intitolato “The LEGO Story”: un vero racconto, stile film Pixar, che parte dalla Danimarca degli anni ‘30 e mostra come Ole Kirk Christiansen, il fondatore, iniziò a fabbricare giocattoli di legno in una piccola bottega, attraversò difficoltà (persino un incendio che distrusse la fabbrica) e poi, credendo nell’innovazione, creò i mattoncini di plastica che avrebbero conquistato il mondo. Questo video aziendale è molto più di una timeline storica: è una fiaba moderna sulla passione, la resilienza e la creatività, che fa capire allo spettatore perché LEGO esiste e in cosa crede (il potere del gioco nel far crescere i bambini). Guardandolo, dipendenti, clienti e partner sentono di conoscere meglio l’azienda e quasi di farne parte, perché ora ne condividono la storia.

Molte altre aziende hanno intrapreso strade simili: ad esempio, Ferrero ha da tempo raccontato la storia del suo fondatore Michele Ferrero e di come, da pasticcere di provincia, abbia costruito un impero dolciario puntando su qualità e famiglia – un racconto che traspare anche nel Museo Ferrero e nelle comunicazioni istituzionali del gruppo, rafforzando l’immagine di azienda famigliare e affidabile.

Un altro aspetto dello storytelling corporate è quando un’azienda comunica le sue vision e values attraverso storie quotidiane. Ad esempio, IBM negli Stati Uniti ha creato la campagna “IBM Stories” sul proprio blog, dove i dipendenti condividono aneddoti sul loro lavoro: c’è l’ingegnere che racconta come la sua squadra abbia risolto un problema tecnico critico durante un uragano per tenere online i servizi ospedalieri, oppure la scienziata che spiega come da bambina costruiva robot in garage e oggi guida un team di intelligenza artificiale.

Queste storie reali umanizzano un colosso tecnologico, trasmettendo innovazione, dedizione e spirito di squadra con la potenza della narrazione. Lo storytelling aziendale funziona anche internamente: i leader che condividono storie personali con i propri dipendenti (sul perché certe scelte aziendali, su clienti la cui vita è migliorata grazie al prodotto, ecc.) ottengono spesso una maggiore fiducia e allineamento del team rispetto a chi comunica solo numeri o direttive astratte. In sintesi, ogni azienda – grande o piccola – ha una storia dietro la sua nascita e una miriade di storie che accadono ogni giorno tra uffici, reparti e clienti. Saperle riconoscere e raccontare in modo coerente e appassionante significa dare un volto e un cuore al “brand”, rendendolo riconoscibile e credibile nel tempo.

Esempi di storytelling nel turismo: #TrueTunisia e Find Your Chile

Nel settore del turismo, lo storytelling è diventato uno strumento chiave per distinguersi. Le destinazioni e i brand di viaggio non si limitano più a mostrare paesaggi da cartolina, ma creano narrazioni coinvolgenti capaci di ispirare, emozionare e trasmettere autenticità. Di seguito presentiamo alcuni esempi particolarmente originali ed efficaci di storytelling turistico – campagne nazionali e internazionali, di natura visiva, digitale o narrativa – che si distinguono per creatività, autenticità e impatto emotivo.

Palau Pledge – il giuramento ecologico che unisce ospiti e comunità

Quando un luogo paradisiaco rischia di essere rovinato dal troppo turismo, la soluzione può nascere da una grande storia. Palau, piccolo stato insulare del Pacifico, ha lanciato il “Palau Pledge” – una campagna di storytelling innovativa in cui i bambini locali chiedono ai visitatori di rispettare la loro terra. Il cuore del progetto è un cortometraggio narrativo: un gigantesco turista (reso con un personaggio animato) arriva sull’isola e, senza accorgersene, danneggia l’ecosistema finché i bambini di Palau non gli insegnano a comportarsi con rispetto. Questa metafora potente rappresenta ogni viaggiatore come un “gigante” che deve prendere coscienza del proprio impatto. Ma la campagna non si ferma al racconto: all’arrivo, tutti i turisti devono firmare sul passaporto un vero e proprio giuramento in cui promettono di preservare Palau per i bambini di Palau, ora e per sempre. Si tratta della prima nazione al mondo a introdurre un vincolo del genere nell’immigrazione, con il video del pledge mostrato obbligatoriamente sui voli in arrivo.

Dal punto di vista narrativo, Palau Pledge ha colpito nel segno grazie alla sua autenticità e al forte impatto emotivo: mettere i bambini al centro della storia ha reso il messaggio estremamente toccante e credibile. Strategicamente, la campagna è stata rivoluzionaria, diventando un esempio di turismo sostenibile e responsabile che ha fatto scuola. Ha raccolto riconoscimenti planetari, tra cui tre Grand Prix al festival pubblicitario di Cannes 2018, e soprattutto ha innescato un dialogo globale sull’importanza di proteggere le destinazioni. L’iniziativa ha rafforzato l’immagine di Palau come luogo incantevole ma fragile, posizionando il piccolo paese come un grande pioniere nell’unire storytelling e strategia: una narrazione semplice e universale (il patto per le future generazioni) tradotta in un’azione concreta che coinvolge ogni singolo viaggiatore.

#GoBackToAfrica – trasformare un insulto in un invito al viaggio

Uno degli esempi più originali di storytelling digitale nel turismo viene da Black & Abroad, un travel brand dedicato ai viaggiatori afrodiscendenti. La campagna “Go Back To Africa” (letteralmente “torna in Africa”) parte da una frase razzista spesso rivolta alle persone di colore, per trasformarla in un potente slogan positivo. Con grande creatività, il team ha intercettato sui social media post reali contenenti insulti come “go back to Africa”, li ha censurati oscurando le parti odiose, e li ha inseriti in sovrimpressione su immagini mozzafiato di paesaggi e città africane. In parallelo, è stata sviluppata una piattaforma digitale con intelligenza artificiale che raccoglie foto condivise da viaggiatori in tutti i 54 paesi dell’Africa, mostrando la varietà e la bellezza del continente attraverso gli occhi della comunità nera. Il risultato è un mosaico di storie visuali autentiche: ogni nuovo contenuto con l’hashtag #GoBackToAfrica alimenta la campagna, ribaltando il significato della frase offensiva e incoraggiando i viaggiatori afroamericani a scoprire le proprie radici visitando l’Africa.

Dal punto di vista narrativo e strategico, #GoBackToAfrica è degno di nota per diversi motivi. Anzitutto, ha creato una forte connessione emotiva con il pubblico di riferimento, trasformando un’esperienza negativa (l’insulto) in orgoglio e desiderio di appartenenza. Inoltre, ha generato una grande partecipazione online: l’utilizzo intelligente dei contenuti generati dagli utenti (UGC) ha dato autenticità e ampia risonanza al messaggio. I numeri confermano l’efficacia: la visibilità del brand Black & Abroad sui social è aumentata del 315% grazie alla campagna. L’industria ha premiato questa idea audace con importanti riconoscimenti, tra cui un Grand Prix al Cannes Lions 2019 nella categoria Creative Data. In definitiva, Go Back To Africa ha dimostrato come uno storytelling ben congegnato possa non solo promuovere il turismo (mostrando destinazioni africane spesso ignorate dai media mainstream), ma anche combattere stereotipi e pregiudizi, posizionando il viaggio come strumento di riconnessione culturale e empowerment identitario.

Esempi di brand storytelling: Patagonia e Red Bull

Con brand storytelling si intende l’arte di raccontare storie attorno a un marchio e ai suoi prodotti, in modo da dare loro un significato che va oltre la semplice utilità. Qui il campo è vasto, perché ogni brand può sviluppare la propria narrativa peculiare.

Ma facciamo un esempio emblematico: Patagonia, marchio di abbigliamento outdoor. Patagonia non si limita a vendere giacche e zaini: fin dalla sua fondazione, ha costruito il brand su storie e valori legati all’amore per la natura e all’attivismo ambientale. Il fondatore, Yvon Chouinard, è egli stesso protagonista di aneddoti spesso raccontati nei cataloghi e libri aziendali: dalla scalata rocambolesca di una parete in Yosemite all’incontro con comunità locali che gli hanno insegnato una pesca sostenibile. Oggi Patagonia utilizza il suo blog e i social per condividere storie di spedizioni avventurose finanziate dall’azienda, di dipendenti che fanno volontariato ambientale, di animali simbolo di lotte ecologiche da proteggere. Ad esempio, ha raccontato la storia di un gruppo di surfisti che in Islanda girano la costa per trovare l’onda perfetta, raccogliendo però anche la plastica che trovano sulle spiagge deserte: un piccolo documentario promosso dal brand che unisce sport e impegno. Qual è l’effetto? Chi compra una giacca Patagonia sente di acquistare un capo carico di significato – non è solo tessuto tecnico, è l’espressione di un certo modo di vedere il mondo (rispettoso dell’ambiente, autentico, avventuroso). Questo crea una fedeltà enorme: i clienti Patagonia spesso raccontano loro stessi la storia dei loro indumenti (“questo zaino mi ha accompagnato per 5 anni in giro per il mondo, me lo riparo invece di cambiarlo perché è parte delle mie avventure”), alimentando ulteriormente la narrazione del brand.

Un altro ottimo esempio di brand storytelling è Red Bull: la famosa bevanda energetica ha costruito negli anni un universo narrativo dove il prodotto è quasi secondario. Red Bull racconta costantemente storie di sport estremi, di persone che si spingono oltre i limiti, di festival musicali e di cultura giovanile. Lo fa tramite il proprio canale Red Bull Media House con video adrenalinici, articoli, eventi live. La frase “Red Bull ti mette le ali” è diventata uno slogan potente perché dietro ci sono storie vere di atleti e artisti “con le ali”, supportati dal brand nelle loro imprese. Ad esempio, la vicenda di Felix Baumgartner che si lancia dalla stratosfera è stata seguita in livestream da milioni di persone: sembrava la scena clou di un film d’azione, con un “eroe” che sfida l’ignoto – ma era realtà, sponsorizzata da Red Bull. Dopo quell’evento, la lattina argentata non era più solo una bibita: era il simbolo di chi ha il coraggio di osare.

E questo è proprio il cuore del brand storytelling: caricare i propri simboli (logo, prodotti, slogan) di storie, così che quando un consumatore li vede, automaticamente ricorda quella narrazione e ne viene emozionalmente influenzato. Tantissimi brand oggi cercano di applicare questa strategia: Nutella, ad esempio, con la recente campagna dei vasetti personalizzati con i nomi, di fatto ha invitato le persone a inserirsi nel racconto del brand (“questa Nutella è la mia Nutella, fa parte della mia storia quotidiana”). Anche marchi di lusso come Dolce & Gabbana investono molto nello storytelling di brand: le loro sfilate e pubblicità non mostrano solo abiti, ma raccontano l’Italianità in modo teatrale, come una saga familiare siciliana con tavolate imbandite, nonne e bambini, tradizioni antiche – così chi compra un vestito D&G sente di comprare un pezzetto di quella fiaba mediterranea intrisa di passione. In sintesi, il brand storytelling consiste nel trovare e coltivare il racconto unico che vogliamo il pubblico associ al nostro marchio: può essere la storia delle origini (startup nata in un garage, azienda centenaria partita da zero), i valori portanti (innovazione, sostenibilità, ecc.) o le storie delle persone che ne fanno parte (clienti o staff). L’importante è che sia autentico e coerente nel tempo, in modo da costruire un immaginario solido attorno al brand.

Esempi di storytelling pubblicitario: da Carosello a “Uno Straccio” di MOP

Ogni pubblicità cerca, in fondo, di raccontare qualcosa per convincere il pubblico. Ma alcune campagne pubblicitarie hanno elevato lo storytelling a forma d’arte, creando spot che sono memorabili mini-film. Abbiamo già citato diversi esempi (da Nike a Dove a John Lewis) che rientrano nella categoria pubblicitaria, ma esploriamone un altro paio per cogliere sfumature diverse.

Uno storico esempio italiano è Carosello: negli anni ‘50-’60 le aziende, per aggirare i limiti pubblicitari dell’epoca, realizzavano scenette di circa 1 minuto con personaggi ricorrenti, vere e proprie storielle comiche o animate, in fondo alle quali si nominava il prodotto per pochissimi secondi. Carosello ha consegnato alla memoria collettiva personaggi come Calimero (il pulcino nero sfortunato, protagonista di simpatici guai, che solo alla fine diceva “Ava, come lava!” per promuovere un detersivo) o Linea (l’omino disegnato da Cavandoli che interagiva col narratore e a fine episodio pubblicizzava piccoli elettrodomestici). Erano pubblicità, ma prima di tutto erano storie che intrattenevano milioni di italiani ogni sera – tanto che ancora oggi i nonni raccontano ai nipoti i “mini-cartoni” di Carosello. Questo dimostra quanto potente possa essere lo storytelling pubblicitario: se la storia piace, il messaggio promozionale passa in secondo piano, o meglio viene accettato volentieri come parte di uno spettacolo.

Facendo un salto ai giorni nostri molte pubblicità moderne giocano su questo: sorprendere il pubblico con narrazioni che rompono la quarta parete o sfidano le aspettative. Alcuni spot di automobili, ad esempio, presentano una storia di vita (un padre e figlio che si riconciliano durante un viaggio, un giovane che insegue un amore perduto attraversando il paese) in cui l’auto è semplicemente il mezzo abilitante della storia, mai al centro dell’attenzione finché compare il logo nel finale a “firma” del corto. Lo storytelling pubblicitario può essere di vari generi: commedia, dramma, animazione fantastica (celebre fu lo spot Evian con i bebé pattinatori, una storia surreale di neonati che fanno acrobazie sui rollerblade per comunicare il concetto di acqua che “ti mantiene giovane dentro”). Qualunque sia lo stile, l’obiettivo è catturare l’attenzione e lasciare il segno, così che il messaggio del brand rimanga associato a quell’emozione provata guardando lo spot. Nell’era di YouTube e dei social, poi, gli spot con storie originali hanno una marcia in più: la gente li cerca e li condivide come farebbe con un contenuto di intrattenimento, amplificando la portata della campagna senza costi aggiuntivi. Insomma, raccontare storie nella pubblicità trasforma una comunicazione spesso percepita come invadente (la réclame) in un momento gradito e memorabile.

Esempi di storytelling nel food: Barilla “The Rooftop Match” e Mulino Bianco

Il cibo non è fatto solo di ingredienti e ricette: dietro ogni piatto ci sono tradizioni, affetti, momenti di convivialità. Ecco perché il settore food è uno di quelli che meglio si prestano allo storytelling. Le marche alimentari da sempre accompagnano le proprie campagne con storie familiari, ricordi d’infanzia, immagini calorose che fanno venire l’acquolina nel cuore oltre che in bocca.

Un esempio riuscito e recente di storytelling nel food è la campagna di Barilla “The Rooftop Match”. Durante il lockdown del 2020 fece il giro del mondo un video amatoriale in cui due ragazze, in un paese della Liguria, giocavano a tennis ciascuna sul proprio terrazzo, lanciandosi la pallina da un tetto all’altro, mantenendo vivo lo spirito sportivo nonostante la distanza forzata. Era una scena spontanea che scaldò i cuori in un momento difficile. Barilla, sponsor del tennista Roger Federer, decise di trasformare quel momento virale in una storia ancora più grande l’anno seguente: organizzò una sorpresa in cui Federer in persona si presentò in Liguria e sfidò a tennis le due giovani su quei tetti, realizzando il loro sogno. Il tutto è stato filmato e montato in un video emozionante: vediamo le ragazze incredule, lo scambio di colpi sui tetti (con un’atmosfera quasi fiabesca di sport che unisce), e infine Roger che pranza con la famiglia delle ragazze gustando insieme un piatto di pasta. Barilla appare nel piatto fumante condiviso a fine partita – un simbolo di italianità e convivialità – dopo averci fatto vivere una storia di sogni e sorprese realizzate. Questa pubblicità è stata molto più di un semplice spot di pasta: era un corto sul potere dello sport e della speranza, che poi associava Barilla ai valori di unione familiare e ottimismo.

In Italia, lo storytelling culinario ha radici lontane: come non citare Mulino Bianco, che da decenni racconta la colazione e la merenda degli italiani attraverso storie di famiglie felici? Già negli anni ‘80 i suoi spot mostravano una famiglia ideale nella quiete di un mulino di campagna, dove ogni mattina c’era il profumo dei biscotti e l’armonia domestica. Più recentemente, Mulino Bianco ha creato un vero personaggio, l’Uomo del Mulino (interpretato nientemeno che da Antonio Banderas), protagonista di una serie di sketch pubblicitari comici ambientati in un mulino incantato insieme alla gallina Rosita: puntata dopo puntata, Banderas sfornava biscotti, imparava ricette, interagiva con nuovi personaggi, come in una sit-com. Questo storytelling leggero e sorridente ha reso il brand ancora più familiare e amato, tanto che l’espressione “la famiglia del Mulino Bianco” è entrata nel linguaggio comune per indicare una famiglia perfetta.

Anche le marche di bevande o prodotti specifici usano storie: Coca-Cola, ad esempio, ha costruito molte pubblicità narrative (basti pensare al celebre spot natalizio con i camion della Coca-Cola che attraversano paesini innevati portando magia, o alla storia dell’orso polare nelle pubblicità invernali). Nutella evoca spessissimo ricordi d’infanzia: quante volte nei suoi spot abbiamo visto bambini che rubano un assaggio dal barattolo o mamme che preparano pane e Nutella per una merenda dopo scuola? Sono scene semplici, ma ciascuno di noi vi proietta dentro le proprie memorie, il che rende la campagna efficace e personale per milioni di persone diverse.

Un aspetto particolare dello storytelling nel food è anche il racconto della filiera e delle tradizioni: molte aziende alimentari oggi portano le telecamere nei campi e nelle cucine per narrare la storia dei produttori, ad esempio l’anziano contadino che coltiva grano per la pasta, con la terra tramandata di generazione in generazione, oppure il casaro che alle 5 del mattino inizia a fare il formaggio secondo un rito antico. Queste storie valorizzano il prodotto mostrando l’amore e la cura che c’è dietro, e fanno sentire il consumatore parte di una catena di persone appassionate, non di un processo industriale freddo. In sostanza, nel settore food lo storytelling viene quasi naturale, perché mangiare è già di per sé un’esperienza emotiva e multisensoriale. I brand che riescono a collegare i propri prodotti alle storie giuste – di famiglia, di territorio, di condivisione – diventano più di semplici marchi: diventano compagni di vita presenti nei momenti felici attorno a un tavolo.

Esempi di storytelling didattico nella scuola: insegnare con storie e giochi interattivi

Anche la scuola e la formazione possono beneficiare dell’arte narrativa. Lo storytelling didattico consiste nell’insegnare attraverso storie o nel far creare storie agli studenti per apprendere in modo attivo. Chiunque ricorda quanto fosse più facile capire una lezione quando il professore la trasformava in un racconto interessante, anziché limitarla a nozioni astratte.

Un esempio semplice: immagina una maestra che deve spiegare ai bambini le buone norme di comportamento. Invece di elencare regole, potrebbe inventare la storia di un folletto dispettoso che impara a sue spese perché non bisogna dire bugie o perché è importante condividere i giochi con gli amici. Seguendo le avventure (e disavventure) del folletto, i bambini apprendono le regole in modo divertente e le ricordano meglio perché associate a personaggi ed emozioni.

Allo stesso modo, in una classe di liceo, un professore di storia potrebbe far immedesimare gli studenti in epoche passate: c’è chi racconta la scoperta dell’America facendo finta di leggere dal diario di bordo di Cristoforo Colombo, con la sua voce, le sue paure e speranze – all’improvviso la data 1492 non è più un numero da memorizzare, ma un momento vissuto attraverso gli occhi di un navigatore.

Nell’era digitale, poi, lo storytelling didattico ha trovato nuovi mezzi: i digital storytelling project a scuola sono sempre più diffusi. Ad esempio, ai ragazzi viene chiesto di creare un breve video o una presentazione interattiva su un argomento, mettendoci creatività narrativa: c’è la classe di scienze che invece di fare la solita ricerca sulle pianure africane realizza un finto documentario in cui un “biologo” (un alunno) fa da guida in un safari virtuale tra le diapositive, presentando gli animali come personaggi che interagiscono; oppure il corso di letteratura in cui gli studenti scrivono e mettono in scena su YouTube un sequel immaginario di un romanzo che hanno letto, comprendendone così meglio trama e personaggi.

Queste attività trasformano gli studenti in storyteller, sviluppando le loro competenze creative e critiche. Un caso divertente di qualche anno fa è stato un professore americano che ha creato un intero videogioco stile RPG (gioco di ruolo) per insegnare storia medievale: gli studenti creavano un avatar e avanzavano nel gioco risolvendo quest a tema storico, di fatto “giocando” una storia educativa.

In Italia, esistono piattaforme come Twinkl o Classe Capovolta che incoraggiano gli insegnanti a usare fiabe, metafore e narrazioni interattive per spiegare concetti di matematica, di educazione civica, di lingue straniere. Ad esempio, per insegnare l’inglese nelle scuole dell’infanzia si usano storie con pupazzi e canzoncine (basti pensare al successo globale del cartone Peppa Pig: oltre a intrattenere, è diventato uno strumento con cui tanti bimbi hanno imparato parole in inglese divertendosi con la storia della simpatica maialina). L’approccio narrativo nella didattica funziona perché il cervello umano è predisposto a ricordare le storie: anche i concetti più astratti possono prendere vita se incastonati in una trama. Per esempio, c’è chi ha insegnato le basi della programmazione raccontando ai bambini la storia di un robot smemorato che ha bisogno di istruzioni passo-passo per arrivare a destinazione (introducendo così in modo narrativo il concetto di algoritmo). Oltre all’apprendimento, creare storie a scuola favorisce l’inclusione: ogni studente può contribuire secondo i propri talenti (c’è chi scrive, chi disegna il “cartellone” della storia, chi recita) e tutti si sentono parte di qualcosa. In conclusione, lo storytelling didattico trasforma la classe in un piccolo teatro o in un laboratorio creativo, dove imparare diventa un viaggio in cui docenti e alunni sono coprotagonisti. E come in ogni bel viaggio, ci si diverte e ci si arricchisce molto di più che restando seduti fermi a guardare slide.

Esempi di storytelling per l’infanzia: dalle favole classiche ai giochi digitali

Le storie per bambini sono probabilmente la prima forma di storytelling che incontriamo nella vita – fiabe, favole, cartoni animati che ci incantano e allo stesso tempo spesso ci insegnano qualcosa. Storytelling per l’infanzia vuol dire creare narrazioni adatte ai più piccoli, con linguaggi e immagini alla loro portata, per intrattenerli, educarli o anche promuovere prodotti pensati per loro.

Un esempio classico sono le favole di Esopo o quelle di La Fontaine: storie brevissime con animali come protagonisti (la volpe e l’uva, la cicala e la formica) che trasmettono una morale. Da secoli queste storie vengono tramandate perché funzionano: un bambino ricorderà più facilmente “chi troppo vuole nulla stringe” immaginando la volpe delusa che non arriva all’uva, rispetto a quando gli viene semplicemente detto a parole. Le aziende che si rivolgono ai bambini (o ai loro genitori) hanno spesso sfruttato la via narrativa.

indietro nel tempo: Carosello che citavamo prima era programmato alle 20:50, proprio prima di mandare i bimbi a letto, e molti genitori concedevano ai figli di guardare “la favoletta” pubblicitaria come rito serale. In questo senso, Carosello può essere visto come storytelling per l’infanzia applicato alla pubblicità: i piccoli aspettavano il cartone animato di Calimero o del Gigante Buono (pubblicità del lievito Pane Angeli) come aspettavano una fiaba della buonanotte. La pubblicità entrava nelle case sotto forma di racconto fiabesco.

Oggi, lo storytelling per l’infanzia ha tanti volti: ci sono app educative che insegnano concetti tramite storie interattive (ad esempio app in cui il bambino segue le avventure di un personaggio e deve aiutarlo risolvendo piccoli puzzle adatti alla sua età, imparando così logica o lingua in modo ludico), ci sono serie TV e libri per bambini pensati per trasmettere messaggi etici. Un esempio recente, se vogliamo legato al marketing, è “Il Pianeta lo salvo io” – una collana di cartoni animati brevi promossa da alcuni brand alimentari in collaborazione con educatori, dove una simpatica mascotte racconta ai bambini come rispettare l’ambiente (dal non sprecare cibo al riciclare correttamente) con storielle semplici e consigli pratici.

Qui il fine è educativo, ma è anche un modo per quei brand di dimostrarsi attenti ai valori familiari e alla formazione delle nuove generazioni. Anche il mondo dei giocattoli vive di storytelling: pensa alle bambole e action figure corredate di un intero racconto (le bambole Barbie negli anni hanno sviluppato un vero universo narrativo con personaggi – amici, sorelle, un compagno – e professioni, tanto che esistono cartoni animati e film su Barbie; allo stesso modo, i Gormiti o le action figure Marvel hanno serie TV, fumetti e film che ne raccontano le gesta, offrendo ai bambini storie da ricreare poi nel gioco).

Un esempio carino di storytelling per l’infanzia digitale è stato il progetto “Gruffalò” in realtà aumentata in alcuni parchi: il Gruffalò è un famoso mostro protagonista di un amato libro per bambini; in Inghilterra hanno creato un’app che, se usata in certi percorsi naturalistici, permette di vedere il Gruffalò apparire dietro gli alberi tramite lo schermo del telefono e ascoltare parti della storia. In questo modo i bambini passeggiano nel bosco come se fossero dentro la fiaba che amano. Questo esempio unisce tradizione e innovazione, ma ci ricorda soprattutto che i bambini pensano naturalmente per storie – qualsiasi insegnamento o attività, se presentato come un gioco narrativo, cattura subito la loro attenzione. Dal punto di vista di marketing per l’infanzia, la sfida sta nell’essere responsabili e sinceri: quando un brand parla a un pubblico di bambini tramite una storia, deve farlo con grande sensibilità (il fine commerciale non deve mai sembrar sfruttare la loro ingenuità).

Le migliori storie per l’infanzia targate brand sono quelle che divertono e magari insegnano qualcosa, lasciando un bel ricordo legato positivamente a quel marchio anche anni dopo. In conclusione, per comunicare con i più piccoli – che sia in contesto educativo o pubblicitario – non c’è niente di più efficace di una buona storia: personaggi vivaci, avventure fantasiose e un pizzico di magia. È la ricetta segreta per far brillare gli occhi ai bambini… e, spesso, anche agli adulti che li accompagnano!

Esempi di storytelling italiani: Coop, Dolce & Gabbana e Mulino Bianco

Dopo tanti esempi internazionali, diamo uno sguardo a casi di storytelling tutti italiani, che riflettono la nostra cultura e creatività:

  • Coop – La storica catena di cooperative di consumo ha spesso incentrato la sua comunicazione su storie di comunità e quotidianità. Negli spot Coop vediamo scene di vita reale: famiglie che fanno la spesa e poi cucinano insieme, agricoltori locali che raccontano con orgoglio come coltivano i prodotti venduti nei negozi Coop, cassiere che salutano per nome i clienti abituali del quartiere. Questi racconti semplici ma autentici sottolineano i valori Coop di solidarietà, fiducia e territorialità, facendo percepire il marchio non come un supermercato anonimo ma come parte integrante delle storie di vita di ognuno di noi. Un esempio efficace è stata la campagna “La Coop sei tu”: una serie di mini-documentari mostrava che dietro ogni prodotto a marchio Coop c’era una storia virtuosa (dal pescatore sardo che spiegava la pesca sostenibile per il tonno in scatola, alla famiglia che coltiva pomodori bio per le passate). Lo spettatore imparava qualcosa e al tempo stesso vedeva incarnati i principi etici che Coop promuove.
  • Dolce & Gabbana – I due stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno costruito un vero immaginario narrativo attorno al loro brand di moda. Ogni collezione e ogni campagna pubblicitaria D&G raccontano un pezzo di Sicilia da sogno, terra d’origine di Domenico Dolce. Nelle foto patinate e negli spot vediamo grandi tavolate all’aperto piene di parenti, nonne in nero che impastano la pasta fatta in casa, bambini che giocano tra i vicoli assolati e giovani modell* vestiti elegantemente come in una festa paesana. Il tutto accompagnato da musiche tradizionali o dalla voce narrante di qualche icona (come Sophia Loren, protagonista di un loro celebre cortometraggio pubblicitario diretto da Giuseppe Tornatore). Questa narrazione visiva richiama i film neorealisti e l’opera dei pupi: in pratica Dolce & Gabbana vendono abiti, ma comprando i loro capi il cliente sente di portare addosso una storia: quella dell’Italia meridionale calorosa, ricca di tradizioni, familiare e un po’ fiabesca. Un esempio emblematico è la serie di spot per il profumo “Dolce Rosa Excelsa”, in cui Sophia Loren interpreta la matriarca di una famiglia nobiliare siciliana impegnata a restaurare un antico palazzo – uno short film emozionale dove il profumo entra in scena come tocco finale di femminilità in un contesto narrativo ben definito. Dolce & Gabbana hanno così trasformato le loro campagne in affreschi narrativi che celebrano l’italianità, rendendo il brand immediatamente riconoscibile e amato anche per ciò che rappresenta culturalmente.
  • Mulino Bianco – Ne abbiamo già parlato, ma è impossibile non citarlo tra i maestri dello storytelling nostrano. Mulino Bianco (gruppo Barilla) ha letteralmente cresciuto generazioni di italiani a suon di storie pubblicitarie. Negli anni ‘80 la “famiglia del Mulino” – papà, mamma e due figli che vivevano in un mulino da fiaba – rappresentava l’ideale di serenità domestica che molti sognavano. Ogni biscotto o merendina era presentato come parte di quei momenti felici (la colazione tutti insieme col canto del gallo, la merenda dopo i compiti col succo di frutta fatto in casa). In tempi più recenti, come accennato, la trovata di Antonio Banderas nei panni del mugnaio ha dato nuova linfa narrativa: le pubblicità a puntate, in cui Banderas interagiva con la gallina parlante Rosita, hanno intrattenuto il pubblico per anni mostrando ogni volta un prodotto diverso all’interno di una micro-storia comica. L’approccio Mulino Bianco allo storytelling è vincente perché unisce emozione quotidiana e leggerezza: ti fa sentire il calore di una famiglia e il sapore della tradizione, ma con un sorriso. Ormai Mulino Bianco non vende solo biscotti: vende l’idea della “pausa felice” in una vita frenetica, vende quel piccolo momento di gioia e ritorno all’infanzia che ognuno di noi prova nel inzuppare un Taralluccio nel latte. Non a caso possiede uno dei fandom più affezionati: chi non ha almeno una storia personale legata a un certo biscotto Mulino Bianco che mangiava da bambino?

Questi esempi italiani dimostrano che lo storytelling non è solo una moda importata, ma anzi attecchisce benissimo nel nostro Paese, dove siamo naturalmente portati a “farla fuori dal vaso” del semplice marketing per metterci un po’ di teatro, sentimento e arte di arrangiarsi narrativa. Dai supermercati alla moda, dall’alimentare alla comunicazione sociale, in Italia sappiamo creare storie che parlano al cuore delle persone, spesso attingendo al nostro ricco patrimonio culturale e familiare.

Lasciati ispirare da questi esempi di storytelling e racconta la tua storia

Abbiamo attraversato un mondo di storie – scritte, filmate, disegnate, recitate – scoprendo come lo storytelling sia un filo rosso che unisce ambiti diversissimi. La morale che possiamo trarre da tutti questi esempi di storytelling è semplice: una buona storia fa la differenza. Che tu stia promuovendo un brand globale o presentando il tuo progetto personale, ricordati che le persone bramano connessioni umane e significato. Racconta dunque perché fai ciò che fai, chi sei e cosa ti appassiona, in una forma di racconto autentica: il tuo messaggio verrà ascoltato con più attenzione, capito più a fondo e – cosa non da poco – ricordato nel tempo. Lo storytelling è un potente alleato nel marketing moderno, ma è anche un viaggio creativo che arricchisce chi lo fa e chi lo riceve. Se vuoi imparare a padroneggiare quest’arte e applicarla ai tuoi progetti professionali, La Content Academy può aiutarti a trasformare idee e valori in narrazioni avvincenti. Non lasciare che il tuo messaggio resti piatto come una slide: vieni a scoprire come dargli vita con le giuste tecniche di storytelling! Ti aspettiamo in Academy per iniziare insieme a scrivere la prossima storia di successo!

Scopri altre storie e narrazioni di successo allo Storytelling Festival

Lo storytelling Festival: il primo festival sullo storytelling in Italia. Partecipa all’edizione 2025!

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *