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Micheal Phelps

Fin da bambini succede. Siamo guardati, sezionati, in competizione. E se non rendiamo esattamente come ci si aspetta abbiamo “qualcosa che non va”. Forse semplicemente avremmo bisogno di chi, invece di giudicare affrettatamente, ci ascolti con i nostri tempi. Un angelo rallentato che non corra dietro il nulla e si fermi a sentire davvero cosa abbiamo dentro e cosa possiamo dare. È quello che è successo ad un ragazzino a Baltimora. 

Un giorno la mamma di questo ragazzino lo porta dal dottore e lui diagnostica un deficit di attenzione e iperattività, morale della favola: nella vita è destinato  a combinare ben poco. Poi prende delle pillole e le dà alla madre, sancendo che il ragazzino dovrà prenderle a vita per limitare le sue energie. Debbie, così si chiama, torna a casa distrutta, ma comincia a dare quelle pillole al ragazzino. Non cambia nulla. E nessun angelo la aiuta a capire davvero come fare. 

Le sorelle allora le dicono di iscrivere il ragazzino in piscina, nel tentativo di impiegare parte delle sue energie. All’inizio lui si annoia, poi comincia a divertirsi, nuota e non si ferma più. Un allenatore lo nota, va dalla madre e le chiede di lui. Lei gli racconta che fin da piccolo era in un mondo tutto suo, fatto di continuo movimento fine a se stesso, poi prende dalla borsa il flaconcino con le pillole e lo porge all’allenatore. Lui lo prende e lo butta via.

Poco dopo si allontana e torna con qualcosa in mano: un lettore mp3 “ciò che ti serve non sono pillole, ma ritmo”, mette le cuffie alle orecchie del ragazzino, sta cantando Eminem. Il ragazzino da quel giorno nuota e ascolta musica, ascolta musica e nuota.  Diventa “lo squalo”. 

Vincerà ventitrè medaglie d’oro olimpiche e ventisei mondiali. Il ragazzino è la leggenda del nuoto Michael Phelps. Detto appunto “lo squalo di Baltimora”. Una leggenda che da ragazzino, ha avuto un uomo che lo ha ascoltato e ha capito la direzione giusta. E possiamo dire che Michael Phelps è il primo squalo che ha avuto un angelo custode. Cosa rara di questi tempi, dove si corre all’impazzata e senza neanche ritmo.

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Photo by Marco Paköeningrat on Flickr.

Ettore Zanca

Ettore Zanca