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Pensare social allenando la testa: Intervista a Valentina Vellucci

Oggi più che mai le persone interagiscono con i brand attraverso i social media. Avere pertanto una forte presenza sui social ed essere in grado di raccontare nel modo giusto la storia del proprio brand è la chiave per creare empatia e fidelizzazione. Se attuato correttamente infatti, il marketing sui social media può aiutare qualsiasi azienda a raggiungere gli obiettivi di crescita e reputazione prefissati. Lo sa bene Valentina Vellucci, Digital Strategist e moderatrice della stanza de La Circle dedicata al Social Media Marketing, che in questa intervista ci presenta il suo corso.

D: Valentina, ne La Circle sarai moderatrice della stanza “Social Media Marketing”. Cosa si potrà imparare dal tuo percorso?

A pensare social.
A tradurre in un linguaggio fluido gli input che riceviamo dall’esterno e, viceversa, a tradurre i segnali che riceviamo dai social in stimoli utili per rendere efficace la nostra comunicazione.

Alleneremo la testa di chi vuole intraprendere una carriera nel mondo del social media marketing e sfideremo chi già ci lavora in maniera professionale.
Vedremo insieme come trasformare un brief in un progetto social, come declinare una news in un social object, come creare una pianificazione sostenibile e allo stesso tempo real time, su misura per gli obiettivi di business dati.

D: Quali sono gli obiettivi della tua stanza tematica?

L’obiettivo principale è quello di creare una vera e propria palestra per la testa, in un settore estremamente competitivo, in cui la capacità di cogliere lo stimolo giusto nel momento adatto, fa la differenza fra stratega e semplice pedina.

Raggiungeremo questo obiettivo “heavy” attraverso questi “micro-goal”

  1. Capire la declinazione del contenuto a seconda dell’audience e del social di riferimento
  2. Capire la sostanza delle idee in rapporto all’economia di progetto
  3. Capire l’efficacia del contenuto sulla base dei risultati

Per raggiungere questi goal ho previsto una serie di interviste e workshop per allenare la testa e rompere la bolla sociale che affligge spesso chi fa questo lavoro, ovvero “ ma qui, da sempre, si fa così”.

D: Quali sono le competenze essenziali per fare comunicazione digitale?

  1. Capacità di ascolto
  2. Elaborazione critica degli stimoli
  3. Conoscenza base delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione
  4. Empatia ed estesia al di fuori dell’egoriferimento
  5. Gestione dello stress
  6. Problem solving out of the box
  7. Praticità
  8. Rapidità di pensiero
  9. Attitudine alla lettura
  10. Gestione pacifica della critica

D: Qual è la chiave per costruire una comunicazione efficace sui social?

Saper mantenere la coerenza di posizionamento con il brand.

I brand fanno una promessa al proprio audience. Andare sui social e romperla in nome dell’essere young, wow e super easy per un pugno di like, è un tradimento di quella promessa.

Essere coerenti e allo stesso tempo ON TIME è la grande sfida dei brand che vogliono sopravvivere con successo agli algoritmi digitali.

D: Perché un’azienda dovrebbe usare i social?

Perché sono la maniera più immediata per capire le necessità del  proprio audience e di quello potenziale.
Perché sono una finestra aperta su ciò che ogni marketer ha sempre sognato sin dalla notte dei tempi: la quotidianità degli utenti.

Se le aziende fossero in grado di osservare  e non solo guardare questa quotidianità senza farsi gestire dai trend, potrebbero ottimizzare le economie di progetto in modo efficace e sostenibile.

I social non sono tutto, ma sono una parte consistente della quotidianità degli utenti non in quanto piattaforme digitali, ma in quanto piattaforme di amplificazione del reale.

Comportamenti e profilazioni, letti con la giusta razionalità, sono un’arma imperdibile al servizio dei brand.

E poi, detto fra noi, perché le aziende che scelgono di non esserci, pur non volendo, ci sono già!

D: Quanto è importante il rapporto diretto con il cliente nel tuo lavoro?

Fondamentale.
Necessario.
Ho bisogno di sentire il cliente.
Ho bisogno di vedere il cliente.
Ho bisogno di capire il cliente.
Non attraverso video call, non attraverso meeting di ore.
Basta poco.
Anche un whatsapp. Il cliente è parte integrante della progettualità. Non potrà mai essere sostituito da un brief cartaceo.
Non potrà mai essere sostituito da un formale meeting di 4 ore.
La qualità del rapporto diretto con il cliente è ciò che fa la differenza fra un mucchio di slide e un reale progetto di comunicazione.

D: Qual è secondo il tuo pensiero la più grande difficoltà del tuo lavoro?

Non invecchiare di testa. Smettere di avere fame.
Nasce una nuova piattaforma? La DEVO provare.

É in trend un determinato hashtag? Devo sapere perché, da dove nasce e chi ne sta parlando.
Non è facile.
Alcune volte ho la tentazione di mollare. Di staccare un attimo. Di dire “Va beh, questa cosa proprio non riesco a farmela piacere di sicuro. Non la provo  nemmeno”.
La più grande difficoltà di un comunicatore è la consapevolezza quotidiana che la miglior performance la puoi avere solo nella continua distruzione della comfort zone mentale appena costruita.

D: Qual è il punto fermo nelle tue strategie comunicative?

La concretezza.
Adoro i voli pindarici. Adoro la creatività. Adoro le idee.
Ma ai clienti non servono sceneggiature impossibili. Serve concretezza.
Tutti possiamo fantasticare. Pochi sanno rendere queste fantasie un progetto digitale utile agli obiettivi aziendali.
La concretezza deve essere sempre in armonia con l’innovazione. Essere concreti non  vuol dire propinare sempre gli stessi progetti ai clienti, ma aver il buon senso di innovare in un’ottica performance based

D: Quale deve essere la prospettiva del Social Media Marketing contemporaneo?

Quella di un ricercatore.
Abbiamo la fortuna di lavorare nel mondo della comunicazione. Un mondo ricco di imprevisti, novità, cambiamenti repentini.
Una prospettiva “affamata” e allo stesso tempo umile: non salviamo il mondo, ma possiamo, con intelligenza, dare il via a una serie di ragionamenti intelligenti.
Il social media manager contemporaneo deve essere responsabile.
La comunicazione e le relazioni sono ciò che ci rendono squisitamente umani. Di queste peculiarità abbiamo scelto di farne una professione al servizio dei brand. Non al servizio del nostro ego. Ricordiamocelo sempre.
In sostanza una prospettiva “human based”, in cui ricerca  e sperimentazione non dimenticano mai che a leggerci magari sono gli algoritmi, ma a sceglierci sono le persone.

D: Ci sono contenuti, strategie o comportamenti che bisognerebbe evitare in questo particolare momento storico?

  1. Lo sciacallaggio informativo: legare per forza il proprio brand ai trend del momento (pandemia, violenza sulle donne, fake news).
    Perchè una scatoletta di tonno dovrebbe farmi la morale sulle notizie false? Quella scatoletta di tonno, può realmente permettersi, per brand, posizionamento e coerenza valoriale di recitare l’ennesima epopea mediatica sulle fake news? Magari con un post click bait…
  2.  La supponenza informativa: trattiamo il nostro pubblico mediocremente e avremo un pubblico mediocre.
    Fare contenuti che prendono in giro alcune mancanze tecnologiche degli utenti, canzonarli nelle risposte con toni come “Ma non vede che nel post abbiamo già scritto il prezzo? Perché continua a chiederlo? Non sa leggere” non fa bene a nessuno.
    Per  sfogarsi ci sono le palestre. E dato che sono chiuse da tempo immemore,  alcuni scambiano i social media per un ring.
    Fate come me: mettete un piccolo ma efficace attrezzo da palestra vicino alla vostra postazione di lavoro.
    Quando mi arrabbio, conto fino a 10. Non mi passa. Quindi mi alzo.
    Faccio 10 minuti di sfogo fisico e tutto diventa sereno.
  3. L’inclusività buona a ogni costo: basta screenshot o foto di persone che tengono in mano cartelli con buoni pensieri per far vedere che “i nostri meeting” sono diversi.  Tutto questo eccesso di storytelling aziendale sta pervadendo i gangli della rete con una potenza asfissiante.

Perchè gli utenti vanno sui social?
Quante volte al giorno ve lo chiedete?
Io sempre. Decine di volte. E se quel contenuto non mi  dà una reason why, passo avanti e scelgo il silenzio in attesa di un confronto che mi dia una soluzione migliore.


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fabrizio

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