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Più vita, meno media

Per anni il mio mito è stato Francis Bacon (Francesco Bacone) e il suo motto: sapere è potere. Sul desiderio di sapere ho costruito la mia identità prima e il mio lavoro poi. All’università ho scoperto prima i canali all news trasmessi via satellite (1994) e poi Internet. Da allora il mio approccio all’informazione non è stato più lo stesso. Per anni, finché collegarsi a internet era costoso e limitante, leggevo moltissimi giornali e avevo la tv satellitare sempre accesa, pomeriggio e sera, anche a colazione. 24ore.tv, CNN International, CNBC, RaiNews24: le occasioni per immergersi nel flusso dell’informazione finanziaria, tecnologica, geopolitica non mancavano mai. Con Internet ho iniziato a esplorare gli angoli più reconditi della rete, fino a scoprire i blog e a diventare parte attiva del mondo dei media, col mio blog Pandemia. Tempo alcuni anni e i pomeriggi passati a studiare il fenomeno social media si trasformano in un lavoro vero. Le piattaforme si moltiplicano, arrivano gli smartphone e il tempo dedicato a consumare media si sovrappone quasi interamente al tempo passato sveglio: a letto, a colazione, in treno, a camminare, alla scrivania, in hotel, dai clienti, fino all’ultimo controllo prima di addormentarmi. Sempre connesso, sempre a consumare media.

4 ore alla settimana

La prima illuminazione sul fatto che qualcosa andava rivisto è arrivata leggendo il best seller di Tim Ferris: 4 hour work week, poi tradotto da Cairo Publishing come 4 ore alla settimana. Tim Ferris suggerisce di azzerare completamente il consumo di media, lasciando che siano gli amici, a tavola insieme, a raccontarci cosa veramente non possiamo non sapere. Rivoluzionario, quasi eretico, almeno per qualcuno come me che viveva completamente immerso nel flusso informativo. Con la pulce nell’orecchio ho cominciato a vedere il mondo dei media (e dei social media) con un occhio diverso. Quanta di quella informazione a cui mi abbeveravo continuamente era rumore e quanta era segnale che potevo utilizzare? Quanti di quei contenuti potevo trasformare in conoscenza, da capitalizzare nel tempo? Ho cominciato a chiedermi quindi quanto di quel flusso fosse veramente essenziale, necessario, utile, sfruttabile a fini di crescita personale e professionale.

La prima risposta è stata ridurre i flussi. Tagliare le fonti, ridurre i profili social seguiti, aumentare il filtro, ma non è stato sufficiente. Ci ho messo del tempo per capire che non potevo tenermi aggiornato su tutto ciò che per me era importante, ma che dovevo ridurre lo spettro di approfondimento. Per quanto online possiamo accedere a giornali, magazine, canali televisivi, radio, testate web soltanto digitali di qualità elevata, se conosciamo almeno l’inglese, ho capito che l’approfondimento di un buon libro non poteva essere sostitutuito dall’intervista con l’autore e che la visione del mondo proposta da un romanzo non aveva pari in qualsiasi altro contenuto sul social web. Poi Seth Godin mi ha illuminato, come a volte capita.

I media e come ti senti

Tre anni fa Seth Godin pubblica un post con una disamina impietosa dell’industria dei media, dando un nome a sentimenti e sensazioni che avevo provato tante volte:

The media amplifies anxiety, and then offer programming that offers relief from that anxiety.

The media likes events and circuses and bowl games, because they have a beginning and an ending, and because they can be programmed and promoted. They invite us into the situation room, alarm us with breaking news and then effortlessly move onto the next crisis.

They train us to expect quick and neat resolutions to problems, because those are easier to sell.

They push us to think short-term, to care about now and not later.

Prendi le prime pagine di giornali e telegiornali (e di quanto viene condiviso nei flussi di Facebook e Instagram) sul Coronavirus e comprendi subito il principio di ansia e sollievo. Prima ti allarmo per giorni su una nuova emergenza e poi ti rassicuro sul fatto che il problema non sia così grave, a meno che tu non viva in una provincia cinese ben precisa. Tutto ciò che ha un inizio e una fine può essere impacchettato, promosso e venduto. Per non parlare delle breaking news, che fanno sì che un sito di informazione online cambi la notizia d’apertura ogni 5 minuti, anche se in 5 minuti non è successo nulla: bisogna stimolare i click, perché è con i click che il giornale (soprav)vive. Il tutto ci porta a pensare all’oggi e non al domani. Siamo confinati, senza che ce ne rendiamo conto, in un eterno presente. Quello che Douglas Rushkoff definisce Presente continuo. Lo scrolling infinito delle homepage delle piattaforme web rappresentano bene questo fenomeno.

Cosa fare quindi per venirne fuori?

Ridurre il consumo dei media

Seth Godin suggerisce qualche soluzione che faccio mia:

Intellectual pursuits don’t align with the options that media would rather have us care about.

A walk in the woods with a friend or your kids does the media-industrial complex no good at all. It’s sort of the opposite of pro wrestling.

Books are the lowest form of media (too slow, too long-lasting, no sponsors, low profit) while instant-on, always-on social networks are about as good as it gets. For the media.

We’ve been willing participants in this daily race for our attention and our emotions. But we don’t have to be.

Gli editori e chi gestisce le piattaforme social fanno il proprio interesse e quello dei propri azionisti. L’obiettivo non è farci stare meglio, ma fare più soldi, vendere più pubblicità, avere la nostra attenzione per il maggior tempo possibile. L’unica risposta da dare per recuperare tempo e attenzione, oltre a non farsi più manipolare sul piano emozionale è consumare meno media.

Meno media significa ridurre il tempo totale passato davanti agli schermi e non banalmente passare dai media tradizionali ai social media o viceversa. Ridurre l’esposizione ai media significa farne a meno in momenti critici della giornata, con zone dove lo schermo è off limits: a letto, in bagno, a tavola, al cinema, al ristorante. Per i più coraggiosi si può pensare di camminare ascoltando i rumori dell’ambiente che ci circonda o guidare senza accendere la radio. Stare soli con i propri pensieri, soprattutto all’inizio, può essere difficile. Dopo poco tempo però cominci a sentirti in modo diverso. Il motivetto di quello spot non ti rimbalza più in testa. L’ansia della notizia tragica del momento non ti blocca più lo stomaco. La sensazione di vuoto nello scroll continuo e automatico del flusso social viene meno. Nel silenzio abbiamo modo di affrontare problemi irrisolti da troppo tempo e, perché no?, parlare con qualcuno che ci sta affianco o telefonare a un amico che non sentiamo da troppo tempo. Tempo qualche giorno e ci sentiamo meglio, senza per questo sentirci disinformati. Del resto il 99% di chi legge questo articolo non compra e né vende titoli azionari in tempo reale, né lavora al desk di un’agenzia di stampa.

Tempo di produrre: pensiero e contenuto

Se il consumo totale diminuisce e il rapporto tra segnale e rumore cresce in parallelo, il risultato finale è che i contenuti che filtriamo si trasformano più facilmente in idee e contenuti utili che possiamo immagazzinare, rielaborare professionalmente per il nostro lavoro e i nostri clienti, oltre a essere noi stessi più freschi ed efficienti perché riusciamo finalmente a dominare un flusso informativo che fino a poco tempo ci opprimeva.

Se sentiamo il bisogno di condividere un’idea, ora lo possiamo fare in maniera più compiuta e argomentata. Interveniamo soltanto su ciò che conosciamo. Consumare slow media significa ridurre la dipendenza del digitale e riscoprire il gusto di sfogliare una rivista. Se mancano le risorse economiche, le biblioteche italiane sono sempre preziose e le paghiamo con le nostre tasse. Possiamo elaborare pensieri che vanno oltre i 280 caratteri di un tweet o le due righe di una chat e magari condividerli sul nostro blog. Se non ne hai uno, potrebbe essere il momento buono di aprirne uno. Oppure una soluzione sempre valida è di annotare pensieri e riflessioni su un taccuino, che ha il vantaggio di essere privato e analogico. Ciò che più conta è adottare uno spirito critico e cominciare a valutare il livello di soddisfazione sul valore che estraiamo dal tempo passato a consumare media. Ogni equilibrio è momentaneo e graduale. L’importante è muoversi, nella giusta direzione.

Luca Conti

Luca Conti

Dal 2002 ho aperto il mio primo blog, Pandemia.info, che nel tempo mi ha reso noto, nella blogosfera italiana e anche fuori. Dal 2006 ho avviato una attività giornalistica da freelance, prima con Il Sole 24 Ore, poi con altre testate, tra cui Class, Il Secolo XIX, Starbene, Rainews 24. La mia attività principale è stata di consulenza e formazione, dal 2007 al 2019, come libero professionista nella consulenza sul marketing digitale e più precisamente in quello che si definisce social media marketing (usare i social network per marketing e comunicazione). Oggi, Febbraio 2019, non più. Ho deciso di allontanarmi dal mondo dei social media perché esprimono valori in cui non mi riconosco più.