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Alfabetizzare alla cultura del branding: Intervista ad Emanuela Ciuffoli ed Erika D’Amico

Le strategie di branding sono veri percorsi di costruzione del carattere di un brand, con processi che coinvolgono la sua ideazione, strutturazione, promozione e diffusione verso la target audience desiderata. Si tratta di una pratica diffusa in tutti i settori e per tutte le categorie merceologiche, anche per quelle a basso coinvolgimento, e può essere applicata non solo a prodotti, servizi e aziende, ma anche a eventi, persone o aree geografiche. Ma cosa significa fare branding, e perché è così importante? Lo abbiamo chiesto ad Emanuela Ciuffoli ed Erika D’Amico, Branding Strategists e moderatrici della stanza de La Circle dedicata al Branding:

 

D: Emanuela, Erika, ne La Circle sarete le moderatrici della stanza “Branding”. Cosa si potrà imparare dal vostro percorso?

Anzitutto a capire bene cosa sia un brand, il concetto si è evoluto, non si può più dare per scontato. Quello che faremo è portare la nostra esperienza su campo al fine di trasmettere metodologie, modelli di lavoro e strutturazione di strategie che siano in grado di generare impatto positivo sul business. Sia che si stia parlando di brand personale che brand aziendale (affermati o ancora in via di strutturazione).

 

D: Quali sono gli obiettivi della vostra stanza tematica?

Vorremmo fare chiarezza, alfabetizzare ad una cultura del branding. Si tratta principalmente di comprendere l’importanza di saper strutturare una serie di strategie avendo ben chiari gli obiettivi.

La relazione tra brand e persone non è più solo legata alla vendita di un prodotto e servizio. Piuttosto è una sorta di ecosistema in cui ci si dovrebbe sostenere a vicenda.

 

D: Perché secondo voi un business e un progetto hanno bisogno di un’identità chiara?

Perché le aziende non sono isole, vivono all’interno di un panorama umano, fatto di interazioni, conversazioni. Se non si è riconoscibili, in modo coerente e consistente, non è materialmente possibile avere una relazione di valore con i propri stakeholders, trasmettere la propria differenza, dire con assoluta decisione: ecco perché devi scegliere me.

 

D: Quali sono i punti da cui partite per la vostra consulenza sul brand?

Come avrete modo di leggere qui ne La Circle, consideriamo il brand una piattaforma. Ma ci sono due elementi per noi dai quali non si prescinde: l’approccio data driven, volto a supportare ogni scelta strategica e tattica che facciamo e la ricerca. Riguardo alla ricerca: l’innovazione e la centratura di un progetto si producono solo con la capacità di fare ricerca di fonti, pratiche, estetiche, al di là della comfort zone che offre il settore del cliente che ci interpella. In fondo il Colibrì sfida le leggi della natura e dimostra che le dimensioni non contano poi così tanto per fare la differenza, quello che conta è la capacità di mirare e muoversi al ritmo giusto.

 

D: Quali sono le basi che non possono mai mancare quando si parla di brand?

Crediamo che ci sia ancora molta confusione sul ruolo del marketing e la sua relazione con il branding. Per cui diremmo che il branding è il fondamento sul quale ogni azione di marketing si dovrebbe basare e che le basi per il branding siano contenute nella consapevolezza di cosa significa parlare di identità e in quale modo l’identità di qualsiasi soggetto di mercato sia continuo oggetto di negoziazione tra persone, istituzioni, più genericamente pubblici. Volevi chiederci cosa noi consideriamo basilare per parlare di brand? Avere una preparazione umanistica più vasta possibile e grande consapevolezza di cosa sia l’analisi dei dati. Parlando in Gazduniano: essere in grado di volare a testa in giù e sfruttare le correnti a proprio vantaggio.

 

D: Qual è stato l’ostacolo maggiore che avete dovuto affrontare nel vostro lavoro?

Ce ne sono stati due di ostacoli da superare: il primo, far capire cosa facevamo davvero. I clienti sapevano di aver bisogno di qualcosa che riguardasse a loro identità, ma quando ci facevano poi le richieste in termini di operatività cadevano nel luogo comune di chiederci o un logo nuovo o campagne marketing. Abbiamo quindi fatto in modo che fossero i nostri progetti stessi a instradare il cliente verso la consapevolezza di cosa fosse necessario fare in termini di branding.

Il secondo ostacolo è stato quello di attrarre clienti grandi per dimensioni, pur essendo piccoli per scelta. Come può una società di poche persone seguire holding o S.P.A.? Questa l’abbiamo risolta mixando la dimensione umana e agile con le metodologie chiare e precise. Ora la nostra sfida per il futuro è rendere scalabile il nostro mercato, formando nuovi colibrì per lavorare con noi 😉

 

D: Come trovate l’ispirazione per creare la giusta strategia?

Siamo ibridi di giungla. Il che significa che il mondo del sapere è complesso, biodiverso, da scoprire e intricato di liane. Noi osserviamo di continuo tutto, non abbiamo mai smesso di studiare. Una volta ci chiamavano secchione, a noi piace definirci delle addicted dello studio, della conoscenza, quindi andiamo in giro a “beccare” ispirazioni dalle discipline più disparate. Chiedete a Manu se per definire gli obiettivi di progetto. non sia utile fare spartan race, o a Erika se imparare a fare il pane non sia stato lo spunto per comprendere i processi di gestione dei team di lavoro…

 

D: Qual è il consiglio più prezioso che dareste a chi vuole intraprendere la vostra carriera?

Concentrarsi prima di tutto sull’acquisire una struttura di pensiero, siamo concentrati a immagazzinare nozioni ma non alleniamo mai il pensiero. Per mettere a frutto tutto il bagaglio di conoscenze che si possono acquisire nel nostro lavoro occorre avere compreso come ragionare, o si rischia di cadere nelle formule “come conquistare il mondo in 5 giorni” e stupirsi poi se al quinto giorno ci si trova con una mosca in mano e la grande domanda: perché non ha funzionato???

fabrizio

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