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L’ansia del vendere se stessi online e come vincerla

Essere un freelance nel mondo digitale significa dedicare una parte del proprio tempo lavoro a vendere se stessi, limitando il tempo al lavoro che ci soddisfa veramente, con un effetto collaterale diffuso: ansia. Questo fenomeno, per quanto comune, non è inevitabile. Serve coraggio, molto coraggio: il coraggio di diventare se stessi. Facile a dirsi, meno a farsi, ma è necessario, se teniamo alla nostra salute mentale. L’obiettivo finale è uno: essere orgogliosi del nostro essere un unicum, orgoglioso e irripetibile.

Il black friday dell’anima

L’esercito dei freelance dell’economia digitale, nel bene e nel male, si trova a dover fare i conti con l’esigenza di promuovere se stessi e la propria attività online, in maniera continua. Dal personal branding si è presto passati al social selling: ascoltami, clicca e compra. Le forme sono le più disparate, quante le call to action (chiamate all’azione) a cui gli amici, i conoscenti, i follower ovunque dispersi sono chiamati a rispondere: leggi e condividi questo articolo, compra il mio libro appena uscito, seguimi su Instagram, clicca sul link, lascia un commento e un mi piace, visita la pagina del mio negozio, lascia una donazione o una recensione al mio podcast, dai un contributo alla raccolta fondi, segui il mio webinar su YouTube, retwitta il mio tweet, condivdi con l’hashtag della campagna.

Ruth Whippman sul New York Times definisce questo fenomeno il black friday dell’anima. Siamo o non siamo nati venditori, ci troviamo a cercare attenzione e promuovere senza sosta le nostre competenze e i nostri servizi o prodotti. Non c’è sabato o domenica, né orario d’ufficio oltre il quale dedicarci ad altro. Ogni opportunità va colta, per mantenere alta l’attenzione dei potenziali clienti. Tutto ciò ha un effetto collaterale insidioso e subdolo: finire per misurare l’autostima e la felicità (o il successo) in base a quanti follower abbiamo raccolto, quante interazioni abbiamo generato, quanto siamo stati bravi ad amplificare il messaggio che volevamo comunicare, prima ancora di valutare quanto queste azioni abbiamo influito sull’ultima riga dell’estratto conto. Quale poi l’effetto negativo, in termini di relazioni sociali, su chi viene percepito non come un amico o una persona, ma un commerciale della propria azienda? Chi si trova a vivere nella stessa situazione ci comprende, ma non ci ama. Gli altri, se non completamente assuefatti alle dinamiche del (social media) marketing, ci guardano con sospetto, come se ci fosse qualcosa in noi che non va.

Diventare se stessi

Se crediamo fino in fondo alla logica per cui ogni persona è un brand e un prodotto, misurando il successo in base al denaro accumulato e al prestigio sociale dato dalla ricchezza, il problema non si pone. Possiamo continuare a pensare che così gira il mondo e così dobbiamo girare anche noi. Se poi il meccanismo si inceppa, i mi piace non arrivano e il libro non vende, basta soppriremere il disagio con un ansiolitico o un antidepressivo e la vita continua.

Se crediamo, invece, che le persone e le relazioni abbiano un valore, a prescindere da quanto possono essere monetizzate, è necessario un cambio di mentalità e di comportamento. Spesso, non sempre, il nostro stile di vita è ricco di bisogni indotti, di cui possiamo fare a meno: abbonamenti su abbonamenti di cui non riusciamo neanche a godere appieno, tanto poco tempo libero abbiamo. Non per nulla, i margini più alti sono generati da servizi digitali con pagamenti ricorsivi automatici ovvero… in abbonamento. Eliminate tutte queste uscite, ci rendiamo conto che il livello di ricavi necessari per vivere bene è più basso di quello che pensiamo e che potremmo lavorare meno, vendere meno e tornare a esprimere in pieno ciò che siamo, fuori dalla metafora della vita come mercato.

Molti dei beni di cui possiamo godere non hanno un valore economico: una passeggiata nel parco a respirare aria pura in tranquillità, immergerci in un mondo immaginario attraverso un libro, due chiacchiere faccia a faccia con la nonna che non sa neanche cos’è l’economia digitale, cucinare una ricetta nuova da condividere con una persona cara o con gli amici. Citando José Ortega y Gasset, “l’eroe è qualcuno in continua opposizione con lo status quo. L’eroe è sempre diventare se stessi“. La vita è scegliere la propria via, a prescindere dalle scelte altrui. Non è facile, ma non per questo non ne vale la pena. Accettare la realtà comporta, nei casi più difficili, un dolore. Bisogna farci i conti e prenderlo come uno stimolo ad andare avanti. Vivere in una realtà parallela non è una soluzione, ma solo un rinvio di problemi, che si manifesteranno comunque, forse in una forma ancora più grave, perché non ci abbiamo fatto i conti quando potevamo

Un unicum orgoglioso e irripetibile

Gli stimoli a cui siamo sottoposti ogni giorno sono travolgenti. Leggi questo libro, ascolta questo podcast o questo audiolibro, clicca sull’articolo, condividi il post, guarda il video, segui il corso, partecipa alla conferenza e al webinar, crea la tua playlist, metti un mi piace e un commento. Nuove serie tv, nuovi film, nuovi album, nuovi libri, notizie dell’ultim’ora, nuovi approfondimenti, nuovi report, nuove piattaforme, nuovi contenuti. Come stare al passo? Come seguire tutto? Matt Haig in Vita su un pianeta nervoso offre una visione e un consiglio:

Abbiamo moltiplicato tutto, ma siamo ancora individui. Ciascuno di noi è una sola persona ed è più piccolo di Internet. Per goderci la vita forse dovremmo smettere di pensare a quello che non riusciremo mai a leggere, guardare, dire e fare, e iniziare a pensare a come goderci il mondo all’interno dei nostri limiti. A come vivere in una dimensione umana. Forse dovremmo concentrarci sulle poche cose che possiamo fare, invece che sui milioni di cose che non possiamo fare. Dovremmo smettere di desiderare vite parallele. Dovremmo trovare una matematica più piccola. Essere un unicum indivisibile, orgoglioso e irripetibile.

Matt Haig – Vita su un pianeta nervoso

Forse l’ansia si vince rifiutando di conformarsi alle sollecitazioni continue: nessun mi piace lasciato su un post di un amico, a favore di qualche email dove l’apprezzamento è espresso a parole; niente condivisione di articoli che non abbiamo avuto neanche il tempo di leggere con attenzione; niente promozione indiscriminata e continua, ma cura delle relazioni, da cui possono nascere opportunità di lavoro e di vendita. Non comportarsi quindi come si comportano tutti, senza pensare alle conseguenze. Non incentivare la macchina delle notifiche e della partecipazione social, rifiutando di seguire la logica dei numeri. Le relazioni personali non sono scalabili e un mi piace non sostituisce una telefonata o un’esperienza condivisa e non genera una vendita in più.

Promuovere se stessi forse significa esprimere fino in fondo chi siamo veramente, oltre la costrizione dei formati predefiniti delle piattaforme social. Solo esprimendoci per chi siamo possiamo generare quell’empatia utile, in alcuni casi, a promuoverci sul piano professionale. Consapevoli che lavorare è una parte del vivere e non viceversa.

Luca Conti

Luca Conti

Dal 2002 ho aperto il mio primo blog, Pandemia.info, che nel tempo mi ha reso noto, nella blogosfera italiana e anche fuori. Dal 2006 ho avviato una attività giornalistica da freelance, prima con Il Sole 24 Ore, poi con altre testate, tra cui Class, Il Secolo XIX, Starbene, Rainews 24. La mia attività principale è stata di consulenza e formazione, dal 2007 al 2019, come libero professionista nella consulenza sul marketing digitale e più precisamente in quello che si definisce social media marketing (usare i social network per marketing e comunicazione). Oggi, Febbraio 2019, non più. Ho deciso di allontanarmi dal mondo dei social media perché esprimono valori in cui non mi riconosco più.
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